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Mancano ormai meno di cento giorni alle prossime Olimpiadi che si terranno a Tokyo. C’è molta incertezza attorno a quello che è uno degli eventi sportivi più seguiti e attesi di sempre: infatti, dopo un anno e mezzo di pandemia, organizzare un evento del genere senza pubblico, dev’essere certamente impresa ardua.

Nonostante ciò, il governo giapponese si è adoperato per fare di tutto pur di rispettare l’impegno preso. Si tratta, infatti, di una Olimpiade molto importante, che potrebbe di fatto segnare la fine di questo momento cupo per la nostra storia recente. Si potrebbe presto, tornare a parlare di sport, e non più di pandemia. Un momento simile si era già verificato nel 1948, ai giochi di Londra.

Febbraio, 1946. La guerra è finita da poco più di un anno nel vecchio continente. Molti dei Paesi europei sono devastati, la popolazione stanca e atterrita. La voglia di ricominciare e di ricostruire è tanta, ma questa volta bisognerà ripartire da un’idea: questo è stato il conflitto più violento e disumano che l’uomo abbia mai conosciuto e per evitare che riaccada è necessaria una Unione non solo fra i diversi Paesi d’Europa, ma anche a livello globale.

In un primo momento non sarà proprio così. Infatti la “cortina di ferro” da Stettino a Trieste divise il continente il due blocchi: quello sovietico e quello americano. Se già era difficile ripartire a livello politico e sociale, maggiori erano le criticità sul fronte sportivo.

Le parole di Johannes Sigfrid Edström, presidente della Federazione internazionale di atletica sono emblematiche:

“Il mondo ha ricominciato a respirare più liberamente, ora che la guerra in Europa è finita. È naturalmente una catastrofe che centinaia di migliaia di vite siano state sacrificate, palazzi storici distrutti, monumenti unici spariti per sempre. Speriamo che attraverso un’unità di sforzi si possa riparare e ricostruire un mondo migliore. E lasciatemi sperare che in questo sforzo vitale il Movimento Olimpico possa avere un importate ruolo da svolgere a beneficio dell’umanità. Possa la fiamma olimpica una volta ancora ardere, aiutando le future generazioni a recuperare la voglia e la felicità di vivere, e la volontà di lavorare duramente.”

La ripresa delle competizioni sportive, come dicevo, fu assai difficile per diversi motivi: assenza di impianti adeguati, atleti non allenati, mancanza di entusiasmo collettivo nonché di volontari. Per questo Edström, divenuto presidente del CIO, dopo che i giochi del 1940 e 1944 erano stati annullati per via del conflitto mondiale (in programma, ironia della sorte, proprio a Tokyo) scelse come città ospitante Londra. Una scelta non casuale: infatti, la capitale della Gran Bretagna era stato il primo fiero baluardo della guerra al nazismo. Non fu un caso che Germania e Giappone vennero escluse dalle competizioni.

Nonostante ciò, è innegabile che non si potessero fare paragoni con l’ultima edizione di Berlino 1936: in questo momento si puntava a un edizione sobria e dignitosa, dal momento che la priorità era quella della di ricostruire l’economia e ridare lavoro alla popolazione affamata e sfiancata da anni di guerre.

A Londra 1948 parteciparono più di 4000 atleti (di cui 182 italiani), provenienti da 59 Paesi e impegnati in 136 competizioni. I giochi vennero inaugurati il 29 luglio e conclusi a metà agosto. Il medagliere complessivamente sorrise agli Stati Uniti con ben 84 medaglie (36 d’oro). Vanno senza dubbio ricordate alcune prestazioni storiche come quelle del mezzofondista Emil Zatopek, oro nei 10000 mt e argento nei 5000 mt; del diciassettenne Bob Mathias, il più giovane atleta a vincere un oro (nel decathlon); non si può non menzionare la nazionale svedese di calcio che vinse la medaglia più pregiata grazie al talento di Liedholm, Nordhal e Gram; l’India, inoltre, conquistò la sua prima storica medaglia d’oro da stato indipendente nell’hockey su prato.

Ma la vera storia è un’altra. Mi riferisco alla mammina volante olandese: Fanny Blankers-Koen, velocista e detentrice, prima delle Olimpiadi, di sei record mondiali. Passerà alla storia per aver vinto quattro medaglie d’oro nei 100mt, 80mt ostacoli, 200mt, 4x100mt. La sua, è una storia da raccontare.

Una donna di trent’anni con due figli a carico, di sicuro, poteva avere qualsiasi collocazione sociale nel 1948, tranne che l’atleta olimpica. Non è il suo caso. Cosa c’è di speciale nella sua storia? Non solo il fatto di aver vinto quattro medaglie d’oro, ma di farlo mentre è incinta del terzo figlio (da qui il soprannome mammina volante).

L’ultima delle medaglie vinte arriva in modo incredibile: finale degli 80mt ostacoli, parte pianissimo, convinta che si tratti di una falsa partenza; si accorge che in realtà è tutto regolare, rimonta e batte una inglese, allenata da suo marito. Al termine della gara sente “god save the king” e si convince di aver perso. In realtà il Re era appena entrato nello stadio: vincerà, cosi, incinta del terzo figlio, la quarta medaglia d’oro.

Il gruppo azzurro conquistò ben 27 medaglie di cui 8 d’oro, concludendo una rassegna iridata più che positiva a scapito delle previsioni (negative). Va ricordata l’impresa di Adolfo Consolini e Giuseppe Tosi nel lancio del disco, disciplina nella quale dominarono il podio con un oro e un argento; la vittoria della squadra maschile di pallanuoto per 4-3 contro l’Ungheria; l’inaspettata vittoria nella spada individuale di Luigi Cantone, che non doveva nemmeno partire per Londra e venne chiamato in extremis per sostituire il pluricampione Mangiarotti; nel ciclismo il velocista Mario Ghella; nel pugilato, categoria pesi piuma, Ernesto Formenti e nella lotta Pietro Lombardi.

Alla fine l’edizione dei Giochi Olimpici inglesi fu un vero successo, assai più positivo delle previsioni e diede nuova linfa al CIO per l’organizzazione dei Giochi successivi.

Infine, va ricordato che Londra 1948 è stata la prima edizione integralmente teletrasmessa in televisione.

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Caporedattore sport AA 18/19 e 19/20 Responsabile editoriale AA 20/21