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Roma 1960 fu il culmine del nostro miracolo economico. Gli anni del boom ebbero effetti benefici in diversi settori, fra cui quello dello sport e dell’edilizia urbanistica. La ricostruzione non era stata semplice e la ripartenza tantomeno. Ma in quegli anni difficili molte donne e uomini seppero vedere nello sport ciò che serviva per unire gli italiani. Si era già iniziato a sentire un forte sentimento di appartenenza agli atleti che, in giro per il mondo, difendevano i colori italiani. Lo sport è dunque al centro del progetto di ripartenza del paese. Pensiero che mi auguro passi nelle menti dei nostri leader di oggi.

Sempre più associazioni si affiliano al CONI, che sotto la guida di Onesti raggiunge due notevoli risultati: le olimpiadi invernali del 1956 e quelle estive nel 1960. Le prime si svolgeranno a Cortina, ricordate per Zeno Colò nella discesa, Aldo Trivella nel salto con gli sci e dal duo Musolino-Citerio per il pattinaggio su ghiaccio. Quelle estive del 1960, invece, si svolgeranno a Roma. Come dicevo, siamo nel pieno del boom economico e l’Italia inizia a risorgere. Già a Londra nel 1948 avevamo ben figurato: nacque la leggenda del Settebello (primo oro olimpico) e la doppietta nel lancio del disco Consolini-Tosi.

Dato che sport e politica vanno spesso di pari passo, il CIO doveva, per prima cosa, affrontare e risolvere una questione politica: quella tedesca. La divisione della Germania in due Stati autonomi era ormai un fatto, ma la Repubblica democratica tedesca non era ancora stata riconosciuta a pieno titolo dal CIO. Le due Germanie avrebbero dovuto presentare una sola squadra sotto la stessa bandiera, come era avvenuto nei Giochi di Melbourne. Pur con qualche polemica e fastidio la Germania Est accettò e i tedeschi entrarono nello Stadio Olimpico, durante la cerimonia d’apertura dei Giochi, come un’unica squadra. Vedendoli sfilare sotto una sola bandiera, il presidente della Repubblica Giovanni Gronchi commentò con il presidente del CIO, che gli sedeva al fianco: “Ma questo è un miracolo!”. A volte lo sport unisce davvero.

Dopo essere ripartita a livello locale, fu proprio grazie a queste due grandi manifestazioni che l’Italia si riaffacciò sulla scena internazionale facendo la voce grossa. Le olimpiadi, specie quelle romane, diedero linfa vitale alla capitale, che realizzò e una serie di costruzioni, sportive e non, che cambieranno per sempre il volto della capitale: basti pensare al viadotto di Corso Francia, la tangenziale olimpica, tutto il foro italico (nonostante fosse stato già edificato in epoca mussoliniana), il palazzetto dello sport all’EUR, lo Stadio Flaminio o lo stesso quartiere realizzato per gli atleti, il Villaggio olimpico, ancora oggi esistente. Venne edificato, per l’occasione, fra il 1958 e il 1960, l’Aeroporto di Fiumicino, che divenne il secondo per la capitale (dopo Ciampino) e che diede priorità alle tratte comunitarie e internazionali. Inoltre, Roma si stava dotando di una metropolitana: il primo collegamento fra la stazione di Termini ed Ostia, passando per il Colosseo, era già in corso di realizzazione.

Roma era dunque diventata un cantiere a cielo aperto e, dopo un decennio di ricostruzione forzata dovuta alla guerra, finalmente poteva dimostrare al mondo intero che le uniche macerie che avrebbe mantenuto, sarebbero state quelle della propria antichità gloriosa. Finalmente la capitale avrebbe potuto presentarsi al mondo intero come una metropoli in crescita, moderna, non più appagata dalla sua bellezza storica, ma vogliosa di ricercare quello splendido ibrido che si presenta agli occhi nostri oggi.

La scelta della capitale italiana per i giochi olimpici fu pregna di significato: proprio Roma aveva raccolto il “testimone” dello sport greco e nella capitale dell’Impero si erano tenuti per secoli i giochi olimpici (fino a quando l’imperatore Teodosio li interruppe nel 393 d.C). Questo ritorno all’antichità fu palese ed evidente in tutta l’architettura sportiva realizzata per l’occasione (basti pensare allo Stadio dei marmi o al Pietrangeli del foro italico).

Roma divenne passerella di innumerevoli celebrità e soprattutto atleti. La città si innamorò da subito di Wilma Rudolph, vincitrice di ben tre medaglie d’oro nei 100, 200 e 4X100 mt. Un appena diciottenne Cassius Clay trionferà per la prima volta a un olimpiade, dando inizio al suo mito e a un nuovo modo di concepire la boxe. Il nostro Settebello conquista l’oro in finale con l’Unione Sovietica, bissando il successo di Londra. Il tedesco Armin Hary, detto “il ladro di partenze”, fu il primo a correre i 100 mt in 10 secondi netti. Vincerà l’oro. Ricordiamo piacevolmente le imprese di Raimondo d’Inzeo nell’equitazione, di Nino Benvenuti nel pugilato e di Sante Gaiardoni nel ciclismo su pista.

Conquistammo il terzo posto del medagliere con 36 medaglie (record ancora imbattuto) di cui 13 d’oro. E una di queste va raccontata. L’Italia rincorreva una medaglia d’oro nell’atletica da tempo e aveva riposto le sue speranze nel programma di Zauli che, andando a pescare tra i giovani studenti, qualche buon talento l’aveva trovato, qua e là per il paese. Uno di questi era Livio Berruti, giovane ragazzo di Torino che venne invitato a un Formia, dove si sarebbe allenato con i migliori atleti italiani del momento.

Faceva parte del gruppo sportivo delle Fiamme oro e, nel 1959, a Milano fece registrare il tempo di 20’07” nei 200 mt: ero uno sprinter di razza, ce lo aveva nel sangue, non serviva neanche troppo allenamento. Eppure eccelleva nella media distanza e non nei 100 mt, per via della sua predisposizione alla forza, piuttosto che alla leggerezza.

Le speranze e le aspettative, dicevo, erano molte e tante, tutte riposte in lui. Ma al tempo stesso gli avversari erano temibili: gli americani Johnson, Norton e Carney; l’inglese Radford, che il 28 maggio di quell’anno aveva eguagliato il record del mondo in 20,5″; il francese Seye e il polacco Foik. Quando venne annunciata la composizione delle semifinali dei 200mt, i migliori gareggiavano con lui. Questo voleva dire che avrebbe dovuto battere almeno uno di loro per rientrare nei tre qualificati per la finale. La sua progressione in curva e l’accelerazione all’uscita in rettilineo lasciarono gli avversari attoniti: in 20,5″, record del mondo eguagliato, Berruti vinse la semifinale e Peter Radford, invece, ne era escluso.

Due ore dopo gli atleti entrarono in pista per disputarsi il titolo olimpico. Berruti aveva trascorso l’intervallo nel sottopasso tra lo Stadio dei Marmi e lo Stadio Olimpico: il posto più fresco di Roma, cercando di recuperare energie. Gli altri invece, si preparavano con allunghi e partenze in pista. Il giovane diciannovenne italiano staccò tutti per tre quarti di gara, sul rettilineo perse il distacco e rischiò di cedere sul finale. Celeberrima è la sua fotografia che lo immortala sbilanciato in avanti mentre taglia il traguardo. Ancora una volta 20’05”. Dopo qualche metro cadde per terra, poco davanti ai giudici: era arrivato primo e la medaglia d’Oro era sua. L’Italia aveva finalmente vinto una medaglia del metallo più prezioso nell’altetica leggera. L’inno di Mameli suonò mentre Livio Berruti riceveva la medaglia, sorrideva e guardava il tricolore sopra a tutte le altre bandiere.

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Caporedattore sport AA 18/19 e 19/20 Responsabile editoriale AA 20/21