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Donald Trump non si ritirerà dalla corsa alle presidenziali statunitensi. Il candidato del Partito Repubblicano lo ha ribadito dopo ogni “gaffe” e lo ha detto anche in seguito allo scandalo delle sue frasi sessiste. Questo nonostante negli ultimi giorni abbia perso l’appoggio di molti esponenti di spicco del partito Repubblicano, tra cui l’ex candidato presidente e senatore John McCain, l’ex Segretario di Stato Condoleezza Rice, l’ex presidente George W. Bush e suo fratello Jeb, l’ex candidato presidente Mitt Romney. Inoltre, Trump è stato duramente criticato dal suo vice Mike Pence e dallo speaker della Camera Paul Ryan. C’è addirittura chi, all’interno del Partito Repubblicano, auspica che Trump abbandoni e affidi la candidatura allo stesso Pence.

Venendo al merito dello scandalo, questo consiste nella pubblicazione di un video del 2005 in cui il tycoon pronuncia frasi volgari e sessiste nei confronti delle donne, affermando che lui poteva fare qualunque cosa in quanto ricco e famoso. L’episodio è sì sconvolgente, ma comunque in linea con il personaggio. Dopotutto, Trump è stato già accusato di aver sistematicamente evaso le tasse, di aver rivolto spesso frasi sessiste (solo poco tempo fa insultò pesantemente una ex Miss Universo definita dall’imprenditore “troppo grassa”) e razziste, di essere troppo estremista (non è una novità che, in caso di vittoria, egli proverà a far costruire un muro al confine con il Messico e che, nell’ultimo dibattito tra candidati, ha affermato che chiederà di far arrestare la sua rivale alla presidenza Hillary Clinton). Il problema, nel caso del video sessista, è che danneggia gravemente l’immagine del candidato, già a picco nei sondaggi, e del partito, che si trova costantemente in confitto con un uomo scelto nelle primarie, ma mai voluto – e tanto meno amato – dall’establishment.

Molti osservatori si chiedono se, a meno di un mese alle elezioni, il Partito Repubblicano possa fare qualcosa per convincere Trump a ritirarsi o per scegliere autonomamente un candidato alternativo. La risposta è chiaramente negativa, innanzitutto perché le regole interne del partito stabiliscono che possa esserci un nuovo candidato solo in caso di morte o di ritiro volontario del prescelto dalle primarie (cosa che Trump non farà mai). Oltretutto, molti elettori hanno già espresso il loro voto in anticipo (tra cui il presidente uscente Obama) e per il partito è decisamente preferibile veder fallire Trump alle elezioni addossandogli tutte le colpe, piuttosto che rinnegarlo già adesso scatenando le ire della base repubblicana e perdendo così molti consensi. Per il partito sarà essenziale continuare a mantenere la maggioranza del Congresso, anche in caso di sconfitta di Trump.

Ad ogni modo, lo scandalo sessista potrebbe essere decisivo per la sconfitta del tycoon, proprio per via del ritiro del sostegno da parte di molti esponenti di spicco repubblicani, che andrà ad influenzare probabilmente molti elettori indecisi. Inoltre, non può certo dare una buona impressione un candidato presidente non sostenuto nemmeno dal suo partito e, cosa più importante, in grado di spostare in massa voti di donne repubblicane che, a questo punto, potrebbero votare per Hillary Clinton.

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Studente di Scienze Politiche