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“Ci sono due giovani pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: – Salve, ragazzi. Com’è l’acqua? – I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: – Che cavolo è l’acqua?” […] “Il succo della storiella dei pesci è semplicemente che le realtà più ovvie, onnipresenti e importanti sono spesso le più difficili da capire e da discutere.”

Così inizia il discorso della cerimonia di conferimento delle lauree del Keyton College pronunciato nel 2005 da David Foster Wallace, riportato al termine della raccolta di suoi racconti Questa è l’acqua (Einaudi). Solo tre anni dopo avrebbe deciso di togliersi la vita nel garage della propria casa, al termine di una lunga lotta contro la depressione. Ed è proprio dal suicidio di Wallace che parte The end of the tour, film di James Ponsoldt che in modo affatto maldestro restituisce allo schermo il libro-intervista di David Lipsky Come diventare se stessi (Minimum Fax).

Alla fine degli anni novanta, alla conclusione del tour di presentazione di Infinite Jest (Einaudi), emblematico capolavoro dell’autore del Midwest, Lipsky trascorse con Wallace sei giorni in modo da intervistarlo – senza che però l’articolo abbia mai visto la luce – per la rivista Rolling Stone. Il lungo scambio di domande – che si srotola peraltro in un road tour in giro per gli Stati Uniti a bordo di aerei o auto – mette a nudo, sin dalle prime pagine, la genuinità e le fragilità profonde di quell’omone in bandana “grosso come un vitello” (come lo definisce Lipsky) ma delicato come un oggetto di vetro (come invece Wallace preferisce descriversi).

Nell’intervista le domande si rincorrono l’una dietro l’altra, fino a che non si assiste quasi a un rovesciamento delle parti, e non si sa chi dei due stia davvero intervistando chi. Sbuca fuori così l’uomo dietro l’autore, dietro quel nome ingombrante, ridondante, dietro la sua prosa sagace, dissacrante ma al tempo stesso illuminante e disperata. Wallace si confessa discorrendo del proprio passato: la carriera da tennista fallita, le dipendenze dall’alcool e dalle droghe, il crollo psicologico, a cui fanno però da contraltare il successo letterario raggiunto con i primi romanzi e i saggi. Meriti ai quali lo stesso Wallace è attento a dare la minor rilevanza possibile, serrando i ranghi dietro le barriere psicologiche della propria mente, tanto geniale quanto vulnerabile. Vulnerabile sì, proprio perché uguale alle altre, ma in più dotata di una straordinaria e sardonica lucidità, che finisce per essere come un paio di occhiali per la Città di Smeraldo attraverso i quali è in grado più di chiunque altro di guardare al reale, alla società, alla brutalità dei comportamenti umani con una nitidezza spaventosa (come quando vi capita di leggere qualcosa per cui in ogni pagina vi verrebbe da esclamare “caspita, tutto questo è sotto i miei occhi da sempre, ma mai ero stato in grado di spalancarli come ci riesce lui!”).

Ed ecco perché il riferimento iniziale a Questa è l’acqua: la ricerca disperata della normalità (ma cosa poi è davvero normale, tra l’altro?), della verità, della semplicità, dentro una società che tende a complicarsi, erano per Wallace la più divorante delle chimere (e questo senza considerare il fenomeno dei social network e la esponenziale quantità di input  che riceviamo della rete, impensabili per D. F. W. e per chiunque fino a dieci anni fa). E se la sua mente correva troppo veloce, tanto da edificare sovrastrutture su sovrastrutture, viene da pensare che in quel discorso stesse rivolgendosi non solo all’audience lì di fronte a lui, ma che stesse anche parlando a se stesso, implorandosi di razionalizzare, senza abbandonarsi a disperate mistificazioni e corse verso la ricerca del senso di ogni cosa.

Ma quali conclusioni trarre dalla abbacinante onestà di Wallace? Forse non c’è un modo di diventare se stessi, si è già se stessi, alla fine dei conti. E con gli infiniti amari sconforti che questo comporta, diventiamo noi quando ci arrendiamo all’acqua, ovvero alle banalissime verità che si nascondono dietro le cose che smettiamo di trattare come se fossero tutte “questioni di vita o di morte”. L’essenziale sta già tutto in bella vista.

Pensiamo alla logica delle lotterie, che è semplice: giochiamo sapendo che la probabilità di vincere sarà sempre di uno su un numero che potrà andare da uno ad una cifra smisuratamente grande. Applicarla ad ogni enzima della vita, ed accettarne ogni rischio, significa finalmente lasciarsi andare. E scoprire l’acqua, ma senza costringersi a fermarsi.

Andre Agassi scrive nelle prime pagine del suo best-seller “Open”, descrivendo il termine di uno dei suoi ultimi match della carriera disputati agli US Open del 2006, disteso su una barella sotto l’Arthur Ashe Stadium di New York: “[…] faccio l’unica cosa possibile. Smetto di opporre resistenza”. E, a volte, serve proprio darsi del tempo, molto tempo, perché c’è bisogno di una vita intera per imparare a farlo.

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