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I fatti di tangentopoli sono noti a tutti, ma sicuramente dopo che leggerete questa intervista, fatta prima di un incontro nella sede di giurisprudenza, all’On.Di Pietro avrete modo di conoscerli.

Una necessaria premessa: il 29 aprile del 1993, l’ormai dimissionario segretario del PSI Bettino Craxi, intervenne in Parlamento, a seguito della richiesta avanzata da alcuni parlamentari di procedere nelle indagini nei suoi confronti. Craxi affermò di essere stato effettivamente coinvolto nello scandalo delle tangenti. Si giustificò sostenendo che questa era una prassi consolidata in tutti gli schieramenti politici in quanto i fondi pubblici destinati dalla legge ai partiti non erano sufficienti. Da ciò la necessità di integrarli con delle tangenti pagate di volta in volta da imprenditori o gruppi finanziari. Ora, questo fenomeno, Lei lo ha vissuto dall’interno, è attribuibile ad una gara tra gruppi economici e di potere per aggiudicarsi il controllo della classe politica o è legato alla politica che una volta raggiunte posizioni di potere era interessata a mantenerle cercando l’appoggio dei gruppi economici più influenti?

Innanzitutto mi tocca fare, ed è la ragione per cui domani piove, il difensore di Bettino Craxi rispetto a come lei mi ha posto la domanda. Bettino Craxi non ha mai ammesso ed anzi ha sempre contestato l’esistenza di un fatto corruttivo. Invece egli ha ammesso pubblicamente, in sede parlamentare prima, ed in sede giurisdizionale poi, quando è stato sentito in pubblico dibattimento dal tribunale di Milano, che il suo partito come tutti gli altri partiti, avendo bisogno di denaro per fare politica, aveva superato il limite imposto dalla legge e i metodi previsti per finanziarsi. Quindi nel corso del tempo si era creata una forza di ambientalità nell’ambito di imprese che avevano a che fare con la pubblica amministrazione, per appalti o commesse pubbliche. Ovviamente stando sempre alla ricostruzione di Craxi del quale sto riportando le parole evidentemente non condividendole. Dunque, sempre secondo Craxi, questi partiti si erano determinati a far vivere quella politica anche economicamente, perchè a loro volta ne traevano un vantaggio. La Procura della Repubblica di Milano, nell’inchiesta da me condotta, ha, al contrario, proposto un’altra chiave di lettura accertata giudizialmente. In realtà non si trattava solo di una forma di finanziamento illecito ai partiti, fatto che già di per sè era ed è un reato, ma anche di approfittamenti, mascherati da un finanziamento illecito,personali. Lo scopo non era tanto di finanziare l’attività politica, quanto di contribuire alla realizzazione di se stessi. Ciò avveniva o prendendo direttamente denaro e portandolo, nella maggior parte dei casi, nei cosiddetti paradisi fiscali attraverso dei conti cifrati; oppure utilizzando quei soldi non tanto per la gloria del partito di riferimento, ma per costruire un consenso sulla persona che consentisse di continuare ad essere eletti. Ora, come voi mi insegnate ragazzi, se andate a rileggere l’articolo 319 del codice penale, voi leggete, che commette atto di corruzione non solo chi prende denaro sotto forma di tangenti (parola peraltro mai usate da Craxi). Era dunque una forma di corruzione specifica proprio perchè venivano commessi atti contrari ai propri doveri d’ufficio per poter ottenere questi vantaggi. Se ha cominciato prima l’impresa o la politica, questa è proprio l’essenza del reato di corruzione, non interessa, bensì importa il fatto che tutti e due siano d’accordo e che tutti e due ne traggano beneficio. Del resto quando ci si sposa davanti all’altare, non importa chi dice per primo sì: sono tutti e due sposi,nello stesso crimine in questo caso .

 

Ecco, in realtà la mia domanda voleva focalizzarsi più che sull’aspetto prettamente giuridico, in questo caso, sul dato più marcatamente sociale.

Beh, ma sono pur sempre alla Luiss, se mi focalizzo su quello i vostri professori mi menano.

 

In effetti ciò a cui mirava la mia domanda era un’analisi del tessuto sociale. Volevo capire se vi fosse una maggiore predisposizione da parte del sistema economico a cercare l’appoggio della classe politica oppure se tale meccanismo partiva dalla classe politica stessa.

Volendo uscire dallo schema strettamente giuridico e dell’interpretazione degli articoli del codice penale, posso affermare questo: è ovvio che sia sempre esistita una forma possibile di richiesta di denaro da parte del pubblico ufficiale per fare, o per non fare, qualcosa. La verità, però, è che in quel periodo si è realizzata quella che io stesso ho definito come una formula, che inizialmente mi fu attribuita dicendo che era propria del solito Di Pietro che non parla in italiano (ma che poi ho ritrovato su Wikipedia), di “dazione ambientale”. La formula descriveva un’ambientalità tale per cui, le imprese che avevano a che fare con la Pubblica Amministrazione si autodeterminavano per finanziare la politica, sia in relazione a singoli appalti, sia a prescindere da essi, sempre violando la legge.  Va rivelato nel corso del tempo, ed è ancora oggi un dramma sul piano sociale, come prima diceva lei, che si è creata un’ambientalità per cui il sistema politico e in particolare i singoli soggetti politici sono figli della corruzione. Perchè una volta ,grazie a Mani Pulite, si scoprivano quelle che venivano chiamate tangenti o bustarelle, mentre adesso, molto spesso, non si trova più il denaro, ma la cosiddetta altra utilità. Le faccio qualche esempio: nella regione Lombardia dove, come Lei sa, è stato arrestato il vicepresidente della giunta regionale ed altri sono stati incriminati per ipotesi di corruzione, tutta la politica ha reagito dicendo: “ma non ci sono bustarelle”. Dunque il problema vero non è se ci siano state o meno le cosiddette bustarelle, ma che tu attraverso il favore fatto, ottieni la possibilità di avere un consenso tra i vari strati sociali che ti portano poi voti. In Sicilia molto spesso non è stato versato del denaro, ma a fronte di un favore fatto dal politico di turno ad un’impresa o ad una catena di imprese, il politico ha ritrovato sulla scheda elettorale la croce sul suo nome senza neanche sapere perché. Questa è corruzione ma è anche più difficile da provare. Come si fa a trovare il cittadino che ha messo quella croce e a provare che lo abbia fatto in relazione a quell’appalto? E’ difficile da immaginare perché nel sistema di controllo del territorio qualcuno lo ha convinto spontaneamente a votare in quel modo o, come diceva il vecchio Di Pietro, perché aveva il bigliettino in tasca e quando usciva qualcuno glielo controllava.

 

Mani Pulite è stata un’inchiesta che, potremmo dire, ha portato ad una delegittimazione abbastanza trasversale della classe politica allora al potere. Da lì è nata anche la crisi della Democrazia Cristiana e del Partito Socialista Italiano che hanno visto dimezzato il loro consenso nel giro di poco tempo. Come conseguenza di ciò, prescindendo dalla sua vicenda strettamente personale, si sono registrati più casi in cui la popolazione ha richiesto l’intervento in politica di figure provenienti dalla magistratura. Lei crede che questa richiesta, in alcuni casi in forma quasi di plebiscito, della “discesa in campo” della magistratura in politica non segni un po’ una crisi del sistema democratico? Dovuta, evidentemente, al fatto che la classe politica non è capace di produrre degli anticorpi rispetto a fenomeni quali la corruzione e la criminalità.

Andiamo con ordine: innanzitutto, affinchè resti nero su bianco, la delegittimazione della classe politica non l’ha provocata Mani Pulite.

Però possiamo dire che abbia contribuito…

No, non ha contribuito. E’ come quando un medico visita il paziente e riscontra un tumore, la colpa non è del medico, ma del tumore maledetto che ha aggredito il paziente. La delegittimazione della classe politica deriva dalla corruzione, dal finanziamento illecito e in generale dalla cattiva politica. Il medico-magistrato” che ha certificato uno stato di malattia degenerativa del paziente Italia, non ha delegittimato nessuno: ha soltanto certificato una malattia. Ci tenevo a precisare questo. Facendo riferimento alla Sua domanda, partendo proprio dalla sua esperienza,e vede su questo punto sono molto preciso, quel che mi accingo a dire l’ho dimostrato con i fatti. Io mi sono dimesso dalla magistratura il 7 dicembre 1994 ed ho cominciato a fare politica, candidandomi al Mugello, con la coalizione del centrosinistra nel 1997. Prima nel 1996 ho fatto il ministro tecnico con il governo Prodi. Cosa voglio dire con questo? Che la persona Di Pietro prima ha lasciato la magistratura, poi dopo essere passati due anni ha cominciato a fare politica. Ci tengo a precisare ciò perchè ho sempre ritenuto, e tutt’ora ritengo, che il magistrato in quanto persona, come tutti gli altri, abbia il diritto costituzionale di fare politica, ma con un preciso limite: o fai l’arbitro o fai il giocatore”. Ciò vuol dire che, se fai l’arbitro e vuoi fare il giocatore, togli l’abito dell’arbitro prima. Senza possibilità di farvi ritorno. In questo senso io non condivido coloro che, dopo di me, si sono messi a fare politica da magistrati, sono ancora magistrati e una volta finito di fare politica tornano di nuovo a  fare i magistrati.Questo perché in questo modo non si capisce più se fa l’arbitro di parte o l’arbitro indipendente. Magari lui rimarrà anche indipendente, ma nell’immaginario collettivo sarà comunque di parte.

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editor

Caporedattore Cosmoluiss per l'A.A. 2017/2018