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“It takes a lot to know a man / it takes a lot to understand / the warrior, the sage / the little boy enraged” canta Damien Rice. E d’un tratto sono tutti lì: il guerriero, il saggio e il ragazzino infuriato. Tutti sullo stesso palco – quello della cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, il 25 luglio scorso – e con la stessa voce, che risuonano nelle note della stessa chitarra. Lo stesso palco, la stessa voce e la stessa chitarra che già nel 2007 e nel 2012 avevano dato vita a quello spettacolo dall’intensità così rara. Anche questa volta, come tre anni fa, nessun musicista di supporto. Niente effetti speciali, niente scenografie all’avanguardia. Solo qualche luce, numerosi strumenti e una presenza scenica assoluta.

Si presenta così il cantautore irlandese, intonando Older Chests e conquistando da subito l’attenzione del suo pubblico: che lo ascolta e tace, immobile e assorto. L’atmosfera è intima, Cannonball colpisce letteralmente la platea e l’ombra di Damien Rice si staglia possente dietro le tribune. Il palco è grande, ma lui è capace di padroneggiarlo con talento grazie ad una voce in grado di colmare ogni tipo di vuoto che inevitabilmente si viene a creare al suo fianco. Anche quando si tratta di eseguire 9 Crimes e sostituire dunque la leggiadra e sensuale voce di Lisa Hannigan – storica collaboratrice che nel 2007 ha lasciato il gruppo per dedicarsi alla carriera solista – il risultato è sorprendente. Ma Damien Rice osa di più: il brano è presentato in una versione estesa del tutto inedita e arricchito di una coda dai risvolti psichedelici. L’impressione è quella di avere di fronte una vera e propria orchestra e non già un uomo solo, soprattutto quando arriva il momento di It Takes a Lot to Know a Man: chitarra acustica, chitarra elettrica, percussioni e clarinetto si alternano tra le mani di Damien Rice e i suoni prodotti si mischiano, si ripetono e si scontrano in un tour de force di emozioni audiovisive.

Nel mezzo, brani dai tre album in studio del cantautore e piccole sorprese: tra queste, What If I’m Wrong (scritta per il documentario When the Dragon Swallowed the Sun) è sicuramente la più inaspettata, richiesta espressamente da un fan durante un concerto di qualche giorno prima; poi è il turno di Trusty and True, The Professor & La Fille Danse – con tanto di introduzione: «È un problema di sperma: arriva un momento in cui deve andare da qualche parte. E se non va da qualche parte ci sentiamo confusi e attratti da chiunque. Perciò, quando siete con la persona da cui pensate di essere attratti, scusatevi, andate in bagno e trascorrete del tempo con voi stessi. Se quando tornate siete ancora attratti da quella persona, allora vuol dire che è speciale» – I Remember, The Greatest Bastard, Elephant.

La più grande invece arriva solo alla fine, a pochi minuti dalle ventitré, quando il cantautore avverte, suo malgrado, di dover concludere. Dà appuntamento all’anno prossimo («I’m recording some new songs»), si avvicina al pubblico, imbraccia la chitarra acustica e con l’amplificatore staccato inizia a suonare Volcano. Dopo qualche minuto invita la platea a salire sul palco: ora non è più solo e, dopo aver assegnato le parti, può iniziare a dirigere l’orchestra che aveva impersonato fino a poco prima e che ora si è finalmente materializzata intorno a lui.

Articolo apparso su “360° – Il giornale con l’Università intorno”, n.01, settembre 2015, anno XIV.

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Classe 1994. Napoletano, laureato in Scienze Politiche, studio Relazioni Internazionali e vedo concerti.