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La Siria del regime di Asad è forse la vera grande dimenticata del nostro secolo. O almeno lo era. Le disperate grida di rivolta del suo popolo sono giunte troppo tardi alle orecchie di una sorda comunità internazionale perché questa timida e pacifica primavera araba sfociasse in una reale riappropriazione dei diritti fondamentali dell’essere umano che la aveva originariamente mossa. La rivolta siriana, iniziata nel 2011 con metodi assolutamente pacifici, finisce difatti per assomigliare, grazie anche alla stampa internazionale, al grido inaspettato di un amante dimenticata che, isolata nella guerra civile scatenata dalle frange più estremiste, viene brutalmente repressa dal suo principale nemico Assad, un uomo salito al potere quasi per caso, ma che per il potere è in grado uccidere con chirurgica precisione.

Ad oggi, con le militanze Isis alle porte della città curda Kobane nel nord della Siria, sorge da più parti il dubbio di potenze politiche ed internazionali da tempo presenti e ben radicate sullo scacchiere geopolitico mediorientale, la cui identità è facilmente intuibile: Russia da una parte e Stati Uniti dall’altra. Sono loro, i titani della guerra fredda, ad alimentare questa esplosiva e terroristica avanzata islamica che lentamente circonda la Siria di Assad? Cosa c’è davvero dietro l’emergente questione siriana? Ne parlo con Antonella Fucecchi, docente di studi classici nei Licei della capitale, letterata ed attiva esperta di intercultura, collaboratrice di rinomate riviste specialistiche e autrice di svariati saggi e da sempre particolarmente sensibile alle tematiche della questione mediorientale. Non per ultimo, sposata con un siriano, Mazen Rankoussi. Insieme sono proprietari di un negozio di perle nel centro di Roma, è lì che chiedo alla professoressa Fucecchi di incontrarci per intervistarla.

Partiamo da una domanda generica: chi è Bashar Al Asad e come e perché ha instaurato un regime?

Bashar Al Asad è un alawita, parte di una minoranza religiosa della fazione sciita, originaria delle regioni montuose siriane. Con il tempo questa setta ha manifestato la capacità di estrinsecarsi mediante una struttura clanica, impossessandosi progressivamente dei principali ruoli chiave e di governo in Siria, stato in larga parte di fede sunnita. Appartenendo ad una minoranza religiosa Asad ha sempre favorito la tutela delle minoranze, anche diverse dalla propria. Questo almeno apparentemente, garantendo l’eterogeneità culturale che da sempre caratterizza il popolo siriano. L’instaurazione del regime affonda le sue radici nella forte esigenza di legittimazione al suo potere: il ruolo presidenziale spettava originariamente al fratello, mentre Asad era stato destinato alla medicina. Sulla morte del fratello, misteriosamente avvenuta poco prima della sua instaurazione, fioccano le tesi di omicidio commissionato e complotti vari.

Ad ogni modo già prima della pacifica rivolta siriana del 2011, che si inserisce sulla scia delle primavere arabe, i diritti fondamentali erano stati in Siria fortemente negati: dalla tortura nelle carceri, agli arbitrari fermi di polizia accompagnati da pene corporali, fino alla politica estera di strumentalizzazione del conflitto israelo-palestinese. Nei confronti di quest’ultimo limitrofo conflitto Asad ha sempre mantenuto posizioni ambigue ed altalenanti, apparentemente preordinate a fomentare l’odio e l’intolleranza nel suo popolo verso Israele, come a forzarne una radice identitaria nell’odio verso il nemico comune. Non ultima la figura della consorte di Asad, descritta dalla stampa internazionale come una donna bellissima coronante l’idillio della felice coppia presidenziale. Tutto parlava sin dall’inizio insomma di ansia da legittimazione… fino a spingersi alla negazione dei più fondamentali diritti umani.

Come ha reagito la comunità internazionale di fronte a queste prime avvisaglie?

L’Onu non interviene grazie al veto incrociato di Cina e Russia. Non è peraltro un mistero che la Russia veda nella posizione geopolitica della Siria un possibile sbocco sul Mediterraneo… Da parte sua Assad ha autorizzato i raid americani in Siria almeno al confine dove ormai l’Isis si affacciava come nemico comune.

La rivolta siriana parte come pacifica di fronte a queste violazioni dei diritti umani per poi sfociare in guerra civile: esiste una spiegazione per questo cambio di rotta che prevede l’utilizzo delle armi?La rivolta siriana al regime di Asad parte grazie a movimenti pacifici e per lo più omogenei nei metodi di sensibilizzazione. Improvvisamente, anche a fronte della impietosa repressione subito operata dal regime, frange più estremiste dell’originario focolaio si distaccano e rispondono con una resistenza armata…

Qual’è l’atteggiamento di Asad di fronte a questa strumentalizzazione di interesse riguardo alla primavera araba del suo popolo?

Asad continua ad autorizzare in Siria interventi internazionali statunitensi al suo confine, ma allo stesso tempo continua a perpetrare al suo interno una impietosa repressione. Il numero dei morti è al di la dell’umana immaginazione…non so se nessuno riuscirà mai a documentare la radicale distruzione di questo popolo, della sua storia, della ricchezza dei suoi centri divelta dalla violenza della repressione…Per dirne una in Siria vi è una città intera in cui si parla ancora l’aramaico. È un paese ricco di cultura e di etnie. E ad oggi la stima più recente è di circa quattro milioni di profughi…

La professoressa prosegue parlandomi della crocifissione di uomini e bambini, di torture inumane tutt’oggi perpetrate a danno di intere famiglie siriane. Subito mi viene da pensare… dove fuggono?

Erdogan, il capo di stato turco ha recentemente aperto le frontiere del nord ai siriani…

La posizione di Erdogan ha dell’ambiguo anche rispetto alle posizioni in seno alla Nato…

Anche a questa domanda ricevo una risposta vaga ma mi sembra quantomeno doveroso stimolare una riflessione nei lettori circa la penetrazione islamica nello stato Turco, in primis nel sociale, e della quale l’avanzata Isis potrebbe ragionevolmente avvantaggiarsi. È bene precisare che a tutt’oggi Erdogan non ha preso una chiara posizione di contenimento dell’avanzata militare del califfato islamico, pur stimolato in tal senso ed in seno alla NATO, anche dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Ma la Turchia forse pesa più in sede NATO di quanto la NATO stessa non pesi sulla Turchia.

Isis ed islamismo: quali sono le conseguenze dell’operato del califfato sulla religione islamica nel mondo? 

L’Isis è un eterogeneo agglomerato che nasce da fazioni integraliste ed estremiste a loro volta distaccatesi da movimenti islamici di stampo terroristico più ampio. Mio marito mi spiegava che tra di loro ci sono anche parecchi taglia-gole siriani… L’Isis sta chiaramente mettendo in crisi modelli europei interculturali di convivenza, danneggiando gravemente l’immagine dell’islamismo nel mondo. Questo nefasto ritorno ad archetipi di integralismo religioso ed intolleranza, è condannato in primis dagli stessi islamici occidentali che pure hanno vissuto esperienze di integrazione positive. Per intenderci, il rischio è che alle masse venga consegnata la pericolosa equazione “islamismo uguale Isis”. Al proposito sono significative le riflessioni di un antropologo americano di origine indiana Arjun Appadurai. In un suo saggio intitolato “modernità in polvere”, propone vari piani di lettura sul mondo e tra questi la realtà di internet e dei network che, pur eguagliando culture tra loro molto diverse che vengono messe nelle condizioni di poter comunicare tra loro grazie al web, soffre di un latente e mal soppresso desiderio di recupero identitario da parte dell’individuo che vive nella confusione dello scambio culturale globale.

Lei ha parlato di globalità anche nella cultura; come si spiega questa sensibilità alla causa Isis di ragazze e ragazzi europei partiti alla volta dell’Iraq per unirsi all’esercito del califfato? E allo stesso modo quella delle masse arabe che ormai soffrono inevitabilmente l’incontro-scontro con la modernità? La prima forza dell’Isis che recupera archetipi nefasti dell’islamismo antico, è l’ignoranza delle masse arabe. Nella stessa Siria è sicuramente ravvisabile una repressione della coscienza critica mediante l’indottrinamento di massa operato dal regime di Assad. Quanto ai giovani che partono alla volta dell’avanzata militare Isis come combattenti…immagino che dietro ci sia la promessa di un guadagno, forse. Ma non è chiaro quanto gli stati di provenienza centrino con questo…

Tra primavere arabe, guerra civile siriana e avanzata isis, il mondo arabo sembra sull’orlo dell’implosione…

Il vero problema dei Paesi Arabi è che manca loro…come dire, un esercizio di democrazia. Ma la democrazia non è qualcosa che si impara, quasi potesse essere trapiantata dal mondo occidentale nei paesi arabi. Essa è in realtà un fenomeno endogeno lento che si alimenta di passi successivi e progressivi. Nei Paesi arabi stiamo assistendo ad una lenta emancipazione e forse queste ventate di integralismo possono ben inquadrarsi nell’ultimo baluardo di un mondo che sta scomparendo, gli ultimi colpi di coda di una civiltà antidemocratica ormai agonizzante, il rifiato velenoso di un fondamentalismo ormai morente. Sul perché di tutto questo, volendo cercare una ragione storica e antropologica, mi vengono in mente le parole di un sociologo e antropologo algerino, Fouad Allam, secondo il quale gli Arabi non avrebbero mai metabolizzato la cacciata da Granada. In un suo libro racconta come molte donne, madri di famiglia marocchine, tenessero ancora conservate nelle loro case le chiavi dell’abitazione famigliare a Granada.

Il mondo arabo è un mondo complesso, contraddittorio e quasi incomprensibile?

Quasi. Basterebbe conoscere un po d’arabo per accedere a fonti online che raccontano di realtà spesso inascoltate o comunque inespresse persino dalla stampa internazionale più accreditata. Si vedrebbe una Siria dimenticata ed abbandonata ai bombardamenti di Assad che proseguono danneggiando impietosamente la popolazione. Si scoprirebbe in generale una marea di notizie, come ad esempio il ritardo, di almeno qualche anno, con cui nel mondo ci hanno parlato della ripresa dei bombardamenti a Gaza. Quando ce ne parlarono diffusero fotografie di massacri e distruzione…in realtà quelle foto documentavano il conflitto siriano.

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