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[dropcap]C[/dropcap]armine Schiavone, il pentito della camorra, sarebbe deceduto per morte naturale. La notizia risale a poche settimane fa. La sua parentela per parte di madre e affiliazione alla mafia palermitana di Cosa Nostra, seguite dal successivo inserimento nella “parte amministrativa del clan dei casalesi e non in quella militare” come lui stesso specificò poi nel 1997, sono ben note alle testate italiane ed internazionali.

E’ infatti grazie alla recente desecretazione nel 2013 del verbale d’audizione di Schiavone, risalente al 1997 quando il pentito venne ascoltato nell’ambito di una commissione d’inchiesta parlamentare ed avvenuta con decreto della presidenza della Camera dei Deputati, che è emerso il grosso di quanto l’autorità giudiziaria conosceva già da anni: la cancerogena esistenza di vere e proprie ecomafie che gestiscono in vaste zone d’Italia, praticamente indisturbate e con profitti elevatissimi, lo smaltimento di rifiuti tossici. Per rifiuti tossici si intendono quelli a difficile smaltimento ma anche quelli cosìddetti “pericolosi”: capi d’abbigliamento, residui di materiale industriale, scorie nucleari. Tutta roba che a bruciarla così, come ha fatto la camorra, difficilmente si riconcilia con l’ossigeno che respiriamo. Più spesso, la diossina che ne deriva, finisce nei nostri polmoni, nel cibo che mangiamo.

Come è noto da appena pochi anni infatti, e come confermato in un rapporto del 2006 di Legambiente, la terra dei fuochi non è solo il vasto lembo di terra ricompreso tra le province casertane e napoletane, ma interesserebbe anche alcune regioni del Nord, oltre al Sud più profondo. Quello di cui parlò Schiavone è perciò solamente la nascita dell’interessamento del clan dei Casalesi alla gestione dei subappalti da smaltimento. Interessamento comunque successivo a quello di altri clan camorristici locali, uno per tutti, quello dei Mallardo nel napoletano.

Sfruttando le loro società affiliate, o pagandone altre per accaparrarsi personalmente l’opera, i reggenti di Casal di Principe avrebbero perciò solamente iniziato l’esponenziale opera di sversamento illegale in quella zona, che di lì a poco si estenderà a macchia d’olio anche nel casertano e fino alle coste laziali, con la complicità di chi già da anni era entrato a far parte di quel mercato.

In buona sostanza il trentennale sodalizio rifiuti-ecomafie, da quanto emerso dalle dichiarazioni di Schiavone, si sviluppa sotto due profili: il primo, è il sotterramento di rifiuti tossici, specie industriali, a parecchi metri sotto terra, come dichiara lui stesso nel 1997, fino alla creazione di vere sotterranee città della spazzatura. L’irreversibile intossicazione del terreno che ne è conseguita è giunta così sino alle zone costiere del basso Lazio. Ad oggi i danni alla produzione casearia di queste due regioni non si contano più. I tumori invece si contano bene, e persino società internazionali pongono ai massimi vertici di ideali indici di mortalità la striscia profonda della terra dei fuochi.

Sotto il secondo profilo, il fenomeno assume una veste ancor più inquietante. Sempre più diffusi e numerosi sono gli incendi di montagne di spazzatura, appiccati da rom e zingari, assoldati a loro volta dalla camorra. In questi casi alcuni copertoni vengono utilizzati come base combustibile iniziale ed in seguito, rifiuti d’ogni genere, provenienti anche da altri Paesi, vengono semplicemente “regalati” all’apparato respiratorio degli abitanti di quei comuni, così come alle loro tavole. L’inquinamento ambientale che ne è derivato avrebbe perciò le proporzioni di un incontrollabile disastro: gli animali da allevamento, se non muoiono prima, sono in grado di trasmettere gas tossici, come la diossina, al cibo che mangiamo.

Già alla metà degli anni 90′, Schiavone dichiarava come da appena dieci anni la Camorra avesse intuito il facile profitto che le sarebbe derivato dalla gestione del seppellimento abusivo della spazzatura, ma anche il mortale danno alla salute della popolazione locale, che avrebbe inevitabilmente provocato.

Così, dopo un equilibrato bilanciamento d’interessi, il clan dei Casalesi e quello napoletano dei Mallardo decisero di non curarsene, di entrare comunque a far parte del giro. Un giro già ben avviato. Le morti e le pestilenze negli allevamenti, nella case dei concittadini, dei contadini stessi che gli pagavano il pizzo, costretti poi a cedere a basso costo (sempre alla Camorra) le loro terre improduttive, furono dunque un dato ben preventivato dalla camorra, così come la catastrofe ambientale che ne sarebbe conseguita.

Emblematiche le parole di Schiavone a riguardo: i capo clan erano ben consapevoli, da quanto emerge dal verbale, dei danni irreversibili che avrebbero provocato. Dunque, la mafia sapeva. Sapeva che l’arricchimento dei clan e delle società loro complici (quasi tutte riconducibili al gruppo Fiat) sarebbe costato caro, e in termini di vite umane, oltre che di produttività regionale, alle popolazioni locali.

La vera importanza delle dichiarazioni di Schiavone è forse proprio questa. La Camorra non protegge, non ama, e soprattutto non sostituisce benevolmente lo Stato, ma lo fa implodere dall’interno, perché ogni vita umana, diventa tasca da pizzo; o vittima sacrificale, se si tratta di spazzatura. In pratica per i Casalesi, noi veniamo subito dopo la spazzatura.
Ma è la collusione politica che permetteva di affidare in subappalto alla camorra i lavori, e che rappresenta pertanto, già dai primi anni di attività, un elemento chiave.

Carmine Schiavone ha sempre manifestato coerenza e chiarezza su questo punto: ” Avevamo i sindaci e quelli ci bastavano…” Gli bastavano sindaci collusi, per un totale di circa 106 comuni nella sola zona del casertano, per comperare mezzi di scavo, materiale, macchinari, e il silenzio dei collegi sindacali e dei consigli d’amministrazione interni alle società che potevano avanzare qualche rimostranza: tutto questo per appiccare roghi e sversare spazzatura nei rilevati da super-strada, in una zona che oggi comprende, riunita tutta assieme, quasi l’intera Lombardia. Alcuni dicono anche di più.

Ma tra i nomi dei possibili avallanti allo smaltimento abusivo, Schiavone, poco dopo, fa anche quello di Licio Gelli. I mandati per le opere stradali venivano infatti da Roma, ma venivano poi, sul territorio locale, affidati tutti in subappalto alla camorra, a varie sottofamiglie camorristiche nel Salernitano, nel Nord di Napoli e nel basso Lazio; e il trasporto dei rifiuti non faceva sconti a nessuno, riguardando l’intera penisola: i camion caricavano a Nord, anche dalla Germania, per seppellire in tutto il Sud.
Dopo un primo allarmismo che caratterizzò soprattutto gli anni della crisi dei rifiuti nel napoletano, tra il 2006 ed il 2008, e che spinsero ad esempio Giappone e Sud Corea a bloccare l’importazione di mozzarella di bufala campana d.o.c., seguono gli anni delle desecretazioni e delle tutele con il decreto sui rifiuti, ma anche i giorni delle smentite, sempre del Governo, per evitare principalmente l’acuirsi di fenomeni di psicosi collettiva sull’esportazione di prodotti caseari italiani.

Ed è questa la seconda faccia della medaglia delle dichiarazioni di Schiavone.

La Camorra sapeva, ma il rischio della catastrofe ambientali e delle morti da tumore, non se lo è accaparrato da sola: la società Casal Di Principe risponde, per i tumori e i danni provocati, in solido con la Regione, con la Provincia, con i Comuni ed anche con alcuni dei pezzi da novanta della massoneria anti-stato ancora attiva negli anni ottanta.

Certa politica è dunque più sporca delle pire di mondezza che ha lasciato appiccare. Ma la certezza resta solo una: chi è Stato non deve pagare.

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