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“Credere nella scienza significa credere nel futuro”. Questa una delle più grandi citazioni del celebre professore, medico e chirurgo, Umberto Veronesi, spentosi oggi, 8 Novembre 2016, nella sua casa a Milano.

Nato nel 1925, Veronesi avrebbe compiuto 91 anni a breve, 70 dei quali sono stati spesi per portare avanti la sua passione: la Medicina, in ogni sua forma.

Laureatosi a Milano nel 1952, Veronesi scelse fin da subito di dedicare la propria vita alla lotta contro i tumori, e dopo aver speso parecchi anni come volontario all’Istituto Nazionale dei Tumori del quale divenne direttore generale nel 1975, nel 1982 fondò la Scuola Europea di Oncologia, istituto del tutto rivoluzionario per l’epoca, e ancora riconosciuto tra i migliori per la preparazione degli studenti nel campo dell’oncologia.

Forte della sua visione “laica ed empirista”, l’illustre professore vanta, inoltre, il merito di aver portato la Medicina e la concezione di essa, fuori da una visione meticolosamente ostruita dalle credenze religiose, e per questo obsoleta ed incoerente con l’avanzamenti nel campo della medicina di quegli anni. Cresciuto da una madre estremamente legata al “credo” nazionale, Veronesi non si è mai fatto premura nel definirsi laico e nel combattere tutte quelle credenze influenzate dalla religione, che impedivano a coloro che lo circondavano di vedere la Medicina con la stessa passione che aveva spinto lui stesso a farsene una ragione di vita.

A dare la fama che si spetta a questo chirurgo, però, non sono soltanto le scoperte in campo scientifico e la fondazione di numerosi Istituti tra i quali l’Istituto Europeo di Oncologia (fondato nel 1991, e del quale è anche stato, per ben due volte, direttore scientifico); infatti Veronesi condusse altre battaglie molto importanti, come quella per l’eutanasia, quella per l’affermarsi di una vera e propria “cultura scientifica”- utopicamente pensata per non avere legame alcuno con la Chiesa e le sue visioni apocalittiche – e quella per la dieta vegetariana, utilizzata in molti casi da lui stesso nella cura di pazienti affetti da tumori.

Veronesi aveva una visione “politica” della malattia – così la definiva lui stesso -, una visione fresca, innovativa, piena di speranza e di passione, quella stessa passione che lo ha portato ad aprire il suo ospedale nel 1994, con l’intento di creare una struttura che ruotasse attorno al paziente nella sua integrità e complessità; voleva non solo fornire a tutti le più innovative cure mediche, ma che il paziente fosse assistito dal punto di vista psicologico, perché la Medicina per lui era questo: non solo un monotono ripetersi di interventi e visite volti a salvare vite, ma “strumento di crescita collettiva e progresso”, uno studio approfondito dell’essere umano nella sua interezza. Egli voleva strutture avanzate e “ricerca, ricerca, ricerca”, che tecnologia e innovazione fossero un tutt’uno con il suo ospedale, così che il maggior numero di pazienti potesse avere accesso a tutte le terapie più avanzate.

Umberto Veronesi, nei suoi 90 anni, non si è fermato davanti a niente, non davanti alle Brigate Rosse che per anni lo minacciarono di morte costringendolo ad una vita fuori dagli schemi, solo perché sostenne fermamente che, nonostante gli scioperi fossero un importante diritto dei lavoratori, i medici dell’ospedale non potessero permettersi il lusso di scioperare lasciando i pazienti senza assistenza, e non di certo davanti a coloro che non riuscivano a guardare nel futuro come ci riusciva lui, sputando sulle sue visioni laiche ed empiriche che gli hanno permesso di contribuire, senza pregiudizi ne ostruzioni morali, all’avanzamento scientifico, e non si è fermato neanche davanti al cancro, da sempre inesorabile nemico dell’uomo.

Questo professore, cresciuto nella campagne di Milano, ha rivoluzionato radicalmente il mondo della medicina a livello nazionale ed internazionale, rendendo Milano la capitale della ricerca biomedica, introducendo la quadrantectomia in alternativa alla mastectomia come metodo per affrontare il cancro al seno e prendendo in considerazione, per la prima volta nella storia, il paziente come un essere umano, considerando gli effetti che tali interventi e determinate cure avrebbero potuto produrre sulla salute non solo fisica, ma anche psicologica, degli individui presi in causa.

Ringraziamo quindi un grande medico e professore, ma soprattutto un grande Uomo, per averci lasciato un così grande patrimonio culturale e la consapevolezza che passione e tenacia possono portarci al raggiungimento di grandi obiettivi.

#GrazieProf

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Caporedattrice Attualità per l'A.A. 2017/2018 Vicedirettrice Web per l'A.A. 2018/19