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Come ogni anno piazza di San Giovanni in Laterano era gremita, dal sotto palco ai piedi della Basilica. Quest’anno ne hanno contati circa settemila in tutto, anche se, girano voci, ci fossero meno persone. Ma non importa, perché come ogni anno le stesse facce di liceali e universitari, disoccupati e venditori ambulanti, famiglie, pensionati e sindacalisti, coppie innamorate o per il libero amore, zingari e immigrati, turisti o passanti occasionali, erano tutti lí a festeggiare.
Si ma a festeggiare cosa esattamente?
Nell’Italia di oggi, isola bella di disoccupazione, per la sera del concerto del primo maggio almeno una decina di chioschetti abusivi vendevano all’ingresso della piazza e a prezzi decisamente poco proletari alcolici di ogni tipo, completamente sprezzanti dell’ordinanza anti alcool e di quella anti vetro emanate giorni fa dalla Prefettura di Roma.
Ordinanze emanate col sano realismo di non vederle rispettate ed il sano cinismo di guadagnarci sopra, é chiaro.
Perché si sa, e lo sa anche la Prefettura di Roma, il concertone del primo Maggio é, in fondo, un’ottima occasione per fare soldi facili dando da bere agli assetati; e cosi, l’italiano medio si organizza: anche all’interno della folla, stazionano qua e la vasche di venditori ambulanti piene di birre.
Come se non bastasse chiunque, pochi esclusi, può indisturbato vendere da fumare, e se va di farsi un giro e multare qualche abusivo, le “guardie” come le chiamano qui, non hanno che l’imbarazzo della scelta.
Entro nella calca tenendomi abbastanza vicina alla strada. La prima cosa che vedo é un indiano che, mentre dal palco proviene il pop leggero di Gianna Nannini, si muove a scatti come un epilettico a suon di techno. Mi spingo a fatica nella folla, come lui ce ne sono a decine. Poca sicurezza, e se c’è non si vede. Poi capisco. É solo un concerto. Il lavoro con questa gente e con questa musica, non c’entra nulla. Le lotte sindacali anni 70, rievocate nostalgicamente nelle canzoni dei Modena City Ramblers, il salario e lo Statuto, con questa piazza non c’entrano proprio nulla. Anzi. A pensarci bene, questo vuoto cosmico che festeggia così, fa anche ricordare quanto di quelle lotte in questo Paese si conserva gelosamente e anacronisticamente, quanto di quello Statuto sia reale o realmente distrutto, stravolto, ribaltato, ma infondo sempre uguale, dogmaticamente immobile, deleterio.
Quello di ieri sera invece era solo un concerto. Solo un concerto, uno come tanti ma gratuito e di musica italiana, offerto dal Comune di Roma che, in ogni caso, dovessero anche fare a pezzi l’intera piazza, ci rientrerebbe con le licenze, gli alloggi, le multe, le concessioni agli stand e i gadget. Solo un concerto dove, noti cantanti del panorama italiano, si sentono un po più legittimati a manifestare il loro pensiero su temi sociali, sul lavoro, sì insomma mettere bocca nella politica. Purché dicano cose di sinistra.
Come la profonda e per niente banale riflessione di J-Ax, il cantante di quelli che negli anni 90′ erano gli articolo 31: “Spiegatemi anche questo, perché un italiano che va all’estero è un cervello in fuga, mentre uno che viene qui da noi è un negro che ruba il lavoro, e questo anche se l’italiano va Londra a sparecchiare, e il ragazzo arrivato stremato da un barcone ha due lauree” e prosegue: “La destra dice che questi sono discorsi politicamente corretti, volete qualcosa di scorretto? Sono i nostri cervelli i rom da cacciare a calci da Londra, forse dovremmo capire che sul barcone che sta affondando ci siamo tutti, anche noi”.
In questo preciso momento, senza indugiare un minuto di più, decido di abbandonare la piazza.
La festa del lavoro, fatta così, conviene un po’ a tutti.
Mi basta guardare le bottiglie vuote abbandonate a terra sulla via del ritorno, le buste, i bicchieri, le cartacce, i mozziconi, gli zaini e tutta quella roba, per rendermi conto che l’unico sentimento a legare davvero quest’implacabile orda di festaioli al lavoro, é la rabbia.
Parliamoci chiaro. Il primo maggio é diventato quasi subito nell’immaginario collettivo nostrano, proprietà della sinistra laburista, quella delle lotte sindacali anni 70, dello Statuto dei Lavoratori, dello sciopero e degli spinelli, ma é proprio nella pratica del famoso “concertone” di San Giovanni, che la storica data ha finito per trasformarsi prepotentemente nella deriva sociale di una sinistra dimenticata un po’ da tutti, in primis dalla sinistra stessa. Quei circa settemila che oggi incoronano le cronache locali e che ieri sera gremivano la piazza di San Giovanni, raccontavano in realtà semplicemente con la loro presenza, la fine di una sinistra modernamente brutalizzata, stanca, stereotipata, cronicamente depressa e passivamente rivoluzionaria, disorientata e strafatta.
Una sinistra italiana, appunto.
Una sinistra che fa tutto, governo e opposizione, ma che in realtà non ha proprio nulla da festeggiare.
Forse il crollo strutturale che da due giorni sta inarrestabilmente riguardando la riforma Fornero, tremante sotto i colpi di scure della Consulta, potrebbe essere motivo di festa: la notizia, accolta comprensibilmente con gioia dai sindacati, colora di una nota sarcastica le famose lacrime che Elsa, allora Ministro per il governo Monti, versò annunciando alla stampa i punti salienti di quel decreto. Ma non basta se si pensa al danno erariale che nel frattempo la stessa riforma ha provocato, alla tempestività con la quale l’esecutivo dovrà procedere a colmare il vuoto normativo venuto a crearsi, al difficile ponte ormai attraversato da esodati, pensionati e precari.

Di questa fiera dell’ipocrisia, il sindacalismo degli ultimi dieci anni é stato a ben guardare, rappresentazione emblematica e forse senza esagerare, primo promotore. Dall’articolo 18, alle riforme su pensioni e trattamenti di fine rapporto, dalle concertazioni più o meno ufficiali agli scioperi in piazza, ogni sigla si é infatti strenuamente battuta, per la difesa dei diritti di categoria, finendo per dimenticare persino chi di quella categoria faceva parte, ancorando il lavoro a vecchie conquiste, troppo vecchie per l’Italia di oggi, chiamata a rendersi competitiva su scala europea se non mondiale. Ecco perché forse il grande difetto del lavoratore di ieri e del disoccupato di oggi é capire che la fatica di cambiare, di porsi nuove frontiere, come la mobilità sul lavoro o il ricambio generazionale, in Italia sono tristemente targate Cgil, Cisl e Uil.
Ma non importa perché, come direbbero i Modena City Ramblers: “del resto mia cara, di che si stupisce, anche l’operaio vuole il figlio dottore…” e con una Peroni da 4 euro in mano, immagino che per quell’orda di rivoluzionari della nuova sinistra per il lavoro, persino Morgan possa diventare orecchiabile.

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