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Quando sentiamo il nome di Tom Ford siamo tutti portati ad associarlo all’omonima casa di moda, ma cosa succede se uno stilista di fama mondiale decide di mettersi dietro una cinepresa?

Dobbiamo dire che Animali notturni non è il primo esperimento cinematografico del noto stilista visto che il suo debutto ufficiale nel mondo del cinema avvenne nel 2008 con il film A single man, che ricevette il Queer Lion per il miglior film a tematica omosessuale alla sessantaseiesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Visto il successo della prima pellicola, l’uomo che salvò la maison Gucci dalla bancarotta ci riprova tornando nelle sale cinematografiche con il film Animali notturni, che riceve subito un grande riconoscimento dalla critica vincendo il premio della giuria al Festival di Venezia.

Animali notturni è tratto dal celebre romanzo di Austin Wright, Tony e Susan, e vede come attori principali Amy Adams, che interpreta una gallerista di Los Angeles di nome Susan non più tanto sicura della propria passione per l’arte e Jake Gyllenhaal, che nel film ricopre un doppio ruolo, ovvero quello di Edward, ex marito di Susan, e quello di Tony, il protagonista del libro che Edward dedica alla sua ex moglie.

La pellicola del regista-stilista è un noir molto ambizioso, forse anche troppo, che si articola su tre differenti livelli narrativi (quello del presente, quello dell’immaginario e quello del passato) che si muovono parallelamente per tutta la durata del film, non riuscendo però mai a compenetrarsi.

Il livello del presente è completamente incentrato su Susan che viene raffigurata da Ford come una donna di classe, sofisticata e elegante, insomma un’irreale donna in carriera che nonostante i problemi di insonnia e di lavoro si mostra al pubblico sempre impeccabile e caratterizzata da una eterea bellezza. È proprio in questo livello che l’attenzione ai dettagli e alla composizione dell’immagine che lo hanno consacrato stilista di fama mondiale spiccano incontrastati prevaricando su ogni altro aspetto della pellicola e dando vita a inquadrature dove tutto è incentrato sulla bellezza e sui costumi dei personaggi che attirano l’attenzione del pubblico più dei personaggi stessi che bene o male scompaiono tra camicie di seta, cappotti ricamati e chiffon.

Il secondo livello, invece, è la storia racchiusa nel manoscritto che Edward ha inviato a Susan dedicandoglielo. Livello dove Ford sviluppa uno pseudo thriller ambientato nelle campagne texane, dove il protagonista del romanzo assiste inerme al rapimento di moglie e figlia. Non c’è traccia della ricercatezza e dell’attenzione del livello precedente, caratteri che lasciano il posto a una violenza devastante che si palesa tra i numerosi colpi di scena che lo rendono certamente la parte più angosciante del film e l’unica che si merita la denominazione di thriller.

Il terzo livello narrativo invece è quello del passato, precisamente il passato tra Susan e l’ex marito Edward che torna nella mente della protagonista leggendo il lugubre manoscritto. Questa lettura porta Susan a riflettere su un coraggioso gesto compiuto molti anni prima.

Pellicola, quella di Ford, caratterizzata da fortissimi contrasti tra bellezza e brutalità che creano nello spettatore reazioni contrastanti che vanno dall’angoscia alla più profonda ammirazione. Il problema del film è però che non riesce mai del tutto né a sedurre né a disturbare visto che nessuno di questi due aspetti riesce ad avere la meglio sull’altro portandoci a un finale inconcludente che non mette realmente un punto a nessuno dei tre livelli narrativi. Ci troviamo insomma davanti ad un patchwork di luoghi, emozioni e colori che rimane però impenetrabile e ci lascia l’inevitabile sensazione che forse Ford, per la sua opera seconda, avrebbe dovuto osare di meno.

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