Contatti

Viale Romania, 32 - 00196 Roma - Italy

Sentiti libero di contattarci!

I lunghi ed estenuanti mesi di pandemia, hanno portato al nostro paese enormi sofferenze e gravi privazioni. E’ fuori questione che dal punto di vista sportivo le perdite sono state enormi, contingenti. E non mi riferisco solo al fattore economico, ma soprattutto a quello umano, sociale e psicologico.

Dopo il DPCM di novembre, il Presidente del Consiglio Conte ha ridotto o sospeso (di nuovo) tutte le attività di base nel mondo dello sport dilettantistico. Dall’altro lato, tuttavia, è sotto gli occhi di tutti che quando la questione assume connotati economico-lavorativi, si percorre una corsia preferenziale: proprio per questo motivo i campionati sportivi di interesse nazionale – vedi Serie A – hanno chiuso i battenti solo per due mesi, per riprendere già la scorsa estate, con tutti i protocolli del caso.

Scelta giusta? E’ giusto mandare avanti chi fa sport per lavoro e negare questo diritto a chi lo fa per un benessere personale, oltre che per passione? Sul punto si potrebbe trovare una non semplice soluzione e si potrebbe dibattere per giorni. È necessario, perciò, capire cosa significa al giorno d’oggi professionismo e, di conseguenza, dilettantismo.


Al di là di una definizione meramente letterale, a livello giuridico, possiamo considerare professionista un soggetto che svolge attività agonistica, riconosciuta dal CONI ed affiliata ad una Federazione, a titolo continuativo ed oneroso, essendogli riconosciuta tale qualifica. Questo, ce lo suggerisce la legge 91/1981, la prima, e ad oggi unica, legge in materia.

L’avvento di tale normativa ha rivoluzionato il mondo sportivo in Italia: la posizione del calciatore professionista, dopo il mondiale (vinto dalla nostra nazionale) del 1982, è radicalmente cambiata. Se prima si poteva considerare assoggettato al cd. “vincolo sportivo”, che lo legava alla società a tempo indeterminato, da questo momento in poi, si è configurato un rapporto di lavoro subordinato fra atleta e società sportiva. 

La forza contrattuale del professionista è dunque aumentata, consentendogli di dare il proprio consenso per l’eventuale cessione o di svincolarsi al termine del contratto “a parametro zero” (cioè senza costi, se non relativi all’ingaggio, per la nuova società che si è assicurata le prestazioni sportive). A questo punto, quindi, non possiamo ancora parlare di professionismo: la semplice remunerazione per la prestazione sportiva non ricade nella definizione giuridica di cui sopra.

Tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio del nuovo millennio, la sua posizione si è ancora di più rinvigorita a scapito delle società, le quali furono costrette a promettere ingaggi faraonici per accaparrarsi un certo giocatore. La modifica sostanziale subentrò con il caso Bosman: da questo momento in poi il calciatore (o professionista in generale) avrà una forza contrattuale maggiore rispetto alla società di appartenenza. Sotto un profilo civile-laburistico potremmo quasi dire che da lavoratore subordinato è divenuto lavoratore autonomo. E lo è tuttora.

Fra il 1981 ed oggi, si è creato un divario enorme fra atleta professionista e dilettante: la posizione di quest’ultimo non è mai mutata, non gode di garanzie, non è quasi nemmeno riconosciuta dall’ordinamento giuridico. Fino a qualche giorno fa.

Con la riforma dello sport, attuata dal Ministro Spadafora, sembra emergere qualche novità positiva: in primis, l’abolizione del vincolo sportivo, inteso come limitazione alla libertà contrattuale dell’atleta, anche nel settore dilettantistico, entro il mese di luglio 2022.

Un passo in avanti molto atteso, che sembra avvicinare dal punto di vista contrattuale, le posizioni dei due soggetti. Eppure nella maggior parte dei casi, l’unica differenza fra i due soggetti è la componente onerosa: il dilettante gioca per passione e divertimento, anche se lo fa tutti i giorni, agonisticamente e in modo continuativo; per il professionista, è un vero e proprio lavoro.

Ulteriore riforma, a mio avviso rilevante, è l’affermazione delle pari opportunità per lo sport femminile, professionistico e dilettantistico. Si vuole tutelare, dunque, il professionismo femminile, equiparandolo (aggiungerei finalmente) a quello maschile, in tutte le discipline che operano sotto l’egida del CONI.

Il susseguirsi di sospensioni o riduzioni dell’attività sportiva, determinato (giustamente) dall’aggravarsi della situazione sanitaria, ha portato anche ad alcuni benefici sostanziali.

Il decreto, in attuazione di tale riforma, introduce una revisione organica della definizione del “lavoratore sportivo” in tutte le sue forme e prevede, per la prima volta, tutele previdenziali per i lavoratori sportivi, sia nel settore dilettantistico, sia nel settore professionistico.

Sono sicuramente passi avanti concreti quelli fatti con questa riforma, anche se il mondo del CONI non approva la modifica più rilevante su questo piano, ovvero quella inerente la governance dell’ente pubblico sportivo a capo del nostro movimento olimpico. Il Coni, infatti, verrebbe privato della propria autonomia, il che condurrebbe a una situazione che porterebbe all’esclusione della nostra nazione da Tokyo 2021.

In conclusione, questa riforma sicuramente è stata e sarà ancora molto criticata, ma ha finalmente introdotto delle modifiche sostanziali che si attendevano da molto tempo. La voce del mondo dilettantistico e dello sport di base è stata finalmente ascoltata.

Share:

Caporedattore sport AA 18/19 e 19/20 Responsabile editoriale AA 20/21