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Prefazione

Questo testo è nato come flusso interiore, come reazione spontanea ad un altro articolo, un’altra presa di coscienza probabilmente di un mio collega universitario. La fortuna è stata comprenderlo a livello viscerale su argomenti riguardanti situazioni universali, il che mi ha permesso di fare mie queste sensazioni e riscoprirne di nuove.

In allegato l’articolo sopracitato.

Che vuoi fare dopo?

Perché dopo e non adesso? Perché tutti sono sempre preoccupati di cosa fare dopo e non cosa fare adesso.

Riesci a capire quale lavoro può essere più produttivo per te?

Ma cosa vuol dire. Che domanda è!?

Ma veramente l’Uomo è così cieco verso gli altri?… e anche verso se stesso!? Cosa si dovrebbe rispondere ?

Che sei anaffettivo, completamente razionale. Così cieco da aver negato te stesso, essendoti fatto negare, e ora, lo fai con il prossimo.

Ma in fondo che colpa ne hai, si potrebbe pensare. No, invece ce l’hai, dal momento in cui hai questo delirio di onnipotenza e pensi di aver capito come funziona tutto. E hai perso due volte, te stesso, e chi ti è vicino e ancora prova a lottare.

Ma lottare contro chi? O cosa? O per cosa?

Per una validità interna e per proporla, senza che venga annichilita.

Non si è mai riusciti a proporre senza voler imporre qualcosa, anche se in modo latente, agli altri, annichilendo così il movimento interno, ma esterno al singolo, visto come pericoloso perché più vitale; e invece di alimentarlo, come fiamma viva, si è intimoriti, non lo si comprende, l’uomo non lo ha mai fatto. Mai.

Non si è mai sforzato di capire, vedere, percepire il diverso. Che poi diverso da che? Dalle sue elucubrazioni mentali?

Si sa, quando non si capiscono le cose, ad un certo punto subentra la paura. L’uomo ha sempre avuto paura di ciò che non riesce a vedere come “simile a lui”: l’unico modo che l’uomo conosce per smettere di avere paura è distruggere la causa di quella paura, categorizzando qualsiasi cosa abbia intorno, negandola.

Il problema vero è che questo accade e non ce ne accorgiamo neanche.

L’uomo potrebbe sforzarsi ed “evolversi” vedendo oltre, oltre ciò che pensa, vive, percepisce, ma è intrappolato in quel ruolo imposto da un’altra anima, privata, a sua volta, della propria vitalità. Come se non percependo qualcosa, questa non avesse diritto di esistere come tale.

Non si riesce quindi a provare solo rabbia, verso queste domande e chi le pone, o semplice e sano rifiuto, tutto ciò che si riesce a sentire ci si ritorce automaticamente contro, perché “sono io quello sbagliato, sono io che non so cosa voglio fare”. Giusto? “Sono io, che per questa società, non sono ancora nato”.

Che cosa fare adesso (?)

Arrivati ad un punto della propria esistenza il cambiamento diventa necessario, come lo è abbracciare qualcuno dopo davvero tanto tempo; e sappiamo bene quanto sia forte e intenso, oggi, un semplice abbraccio.

E noi lo vogliamo con tutta l’anima questo cambiamento vero?

Però ci aspettiamo che sia la realtà intorno a noi a cambiare; noi faremo sempre le stesse cose. Quando questa cambierà allora avremo la vaga sensazione che noi saremo cambiati. Ma siamo noi i primi a non cambiare illudendoci di averlo fatto.

Si è abituati a cambiare passivamente: ci accade qualcosa, e come conseguenza di questa – dipende poi dalla sua portata – noi cambiamo, intendo a livello profondo.

Non siamo invece sani, coraggiosi, oserei eroici, al punto da attuare noi stessi un cambiamento che parta da noi attivamente, e non passivamente, che vada poi naturalmente verso l’esterno, fuori da noi, e allora, solo allora esso tornerà a noi e avverrà un vero cambiamento, un’evoluzione di ciò che ci circonda perché noi stessi siamo cambiati, evoluti. A questo punto sarebbe meraviglioso riuscire a mantenere questo loop tutto il tempo necessario. Il tempo necessario a riempire, colmare, saziare, assaporare… vivere quel vuoto interno, quella fame che ha sempre bisogno della nostra attenzione ma da cui rifuggiamo perché essa è sconosciuta, o meglio, la conosciamo perfettamente ma, non ci si ferma mai a chiedersi davvero quale sia la sua natura, e ancor di più a cercare poi, costantemente, una sensazione più sana, una risposta.

Per costantemente intendo ogni singola di volta che si ha quella sensazione di scomodità interna, inadeguatezza a qualcosa, senza fuggire, negando la situazione, anzi la sensazione; perché poi diventa abitudine – ammesso che non lo sia già – ma l’abitudine riproporrà sempre la stessa sensazione, e così nulla cambia.

Un’abitudine è sana se riesce a dare ogni volta qualcosa di nuovo. Quel qualcosa di nuovo è il cambiamento che ogni volta parte da dentro di noi, si diffonde intorno a noi e improvvisamente ritorna a noi a sua volta nuovo, cambiato. Perché l’unico che non cambia è proprio lui, il cambiamento.

Non si deve quindi stare “comodi”, chi è comodo non è portato a cambiare, smette di farlo, ammesso che lo si abbia mai fatto, e se non si cambia, se si è comodi, si è paralizzati, spenti. Attenzione però a saper interpretare la parola scomodo, perché non è scomodo chi lo è praticamente, magari si, ma non deriva certo da una scomodità esterna, No, è qualcosa di più che interno, vitale. La scomodità è necessaria perché solo chi porta con sé questa sensazione, ci convive, dialoga ed evolve insieme ad essa è in grado di avere dentro di sé un inconscio mare calmo, appagato e sazio, pur non essendolo mai veramente.

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