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“In questo momento della mia vita mi trovo in un assurdo disagio che non mi permette di essere ciò che sono. Ho intrapreso questa nuova esperienza con gioia e amore, trascinato anche dall’entusiasmo della nuova proprietà. Ed è probabilmente il troppo amore per la città, per il ricordo dei bei momenti di sport che ci ho vissuto, che sono stato cieco davanti ai primi segnali che qualcosa non andava, qualcosa non era esattamente al suo posto dentro di me.”

Cesare prandelli

È così che comincia la lettera malinconica che Cesare Prandelli scrive, compiendo un atto d’amore: rassegnare le dimissioni come allenatore della Fiorentina. Lo fa toccando un tema fondamentale. Lo fa distaccandosi e prendendo le distanze da un mondo che non è più suo, che non gli appartiene. Al suo ritorno sulla panchina viola, le speranze dei tifosi, gli unici ancora legati a lui, erano totalmente sbilanciate verso il ricordo ineffabile di ciò che era stato, nella speranza che, un giorno, forse ritornerà. Un continuo inseguimento, tipico dell’uomo che va avanti guardandosi alle spalle.

Prandelli, uomo emotivo e passionale, è stanco. Prende le distanze da un mondo in cui è stato protagonista, come calciatore prima e come allenatore poi, perché non è più quell’ambiente dove aveva iniziato, dove era cresciuto, dove si era affermato.

Quel mondo è cambiato.

Cesare è stato certamente un grande giocatore, ma nel panorama calcistico italiano, a mio modestissimo parere, è ricordato come un grande allenatore. Ha girato molte squadre, ma il suo cuore è sempre appartenuto a Firenze: fra il 2005 e il 2010, porta la Fiorentina in alto, fa sognare i tifosi. Riporta Firenze, nella stagione 2009-2010 sul palcoscenico europeo dopo molti anni: memorabili le vittorie contro il Liverpool che lo conducono fino agli ottavi di finale. Al termine della stagione diventa l’allenatore più vincente sulla panchina viola, superando Fulvio Bernardini.

Diventa CT della nazionale azzurra dove si toglie grandi soddisfazioni: un secondo posto a Euro 2012 in Polonia, sconfitto solo dall’imbattibile Spagna campione del mondo e una medaglia di bronzo alla Confederations Cup del 2013. Tutto quanto fa ben sperare in vista della coppa del mondo: bisogna riscattare la pessima prestazione dell’ultima edizione. Così non è stato. Il colpo di testa di Godin a cinque minuti dal termine ci condanna a ritornare in patria ancora a mani vuote.

Da questo momento Cesare inizia a vivere un momento di crisi, una diaspora che lo porta a vagare per diverse panchine, senza mai ritrovare soddisfazioni: Galatasaray, Valencia, Al-Nasr e Genoa.

Il 9 novembre 2020 ritorna, dieci anni dopo, sulla panchina della Fiorentina. Dei giocatori del suo periodo d’oro, non ne era rimasto nemmeno uno. La dirigenza, totalmente cambiata. Si respira aria di novità ma, al tempo stesso, di ritorno al passato. Dopo due sconfitte e tre pareggi, la prima vittoria arriva il 22 dicembre con un netto 3-0 in casa della Juventus. Il 23 marzo scorso, due giorni dopo la sconfitta casalinga per 2-3 contro il Milan, Cesare rassegna le dimissioni.

“Sono consapevole che la mia carriera di allenatore possa finire qui, ma non ho rimpianti e non voglio averne. Probabilmente questo mondo di cui ho fatto parte per tutta la mia vita, non fa più per me e non mi ci riconosco più. Sicuramente sarò cambiato io e il mondo va più veloce di quanto pensassi. Per questo credo che adesso sia arrivato il momento di non farmi più trascinare da questa velocità e di fermarmi per ritrovare chi veramente sono.”

cesare prandelli

Quello di Prandelli per la Fiorentina e per la città di Firenze, è stato un amore vero, incondizionato, reciproco. E se è vero che “certi amori amori non finiscono, fanno dei giri immensi e poi ritornano”, come intonava un noto cantante romano, allora questo breve ma intenso ritorno era nel DNA di Cesare. Era scritto nel destino. Ma, forse, ciò che non era scritto, è che sarebbe finito così, come di solito non finisce una storia d’amore, prendendo una decisone netta: decidere di fermarsi.

Fermarsi prima che le cose peggiorino. Fermarsi, quando il ricordo è ancora positivo e vibrante nella mente. Fermarsi, perché la memoria di ciò che è stato, è l’unica cosa che ti porta avanti. E perché forse, ciò che è stato, non ritornerà mai più.

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Caporedattore sport AA 18/19 e 19/20 Responsabile editoriale AA 20/21

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