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Quando il medico legale si avvicina al tavolo in acciaio freddo, trova un cadavere scheletrico di cui riesce a contare persino le ossa. Una ad una. E In effetti, a guardarlo ridotto così – poco più di 36 chili per un metro e 76 di altezza, il corpo interamente martoriato da ecchimosi ed ematomi, la maschera viola che copre gli occhi chiusi e la mascella semiaperta che allunga un volto emaciato dalla pelle cianotica – di Stefano Cucchi deve essere stato difficile addirittura ipotizzare una Vita.

Era la fine di ottobre del 2009.

Oggi, a distanza di circa 7 anni, nell’ambito della nuova inchiesta bis che i familiari hanno instancabilmente avviato ottenendo la riapertura del fascicolo da parte della Procura di Roma, il medico legale Introna del policlinico di Bari, attorniato da una equipe di colleghi ed esperti, viene nominato d’ufficio dal GIP Elvira Tamburelli per effettuare una nuova perizia che accerti le cause più probabili della morte di Stefano.

Serve all’Italia, al mondo, una verità, una tesi razionalmente fondata, una causa. Sì, insomma, una ragione che non sia il freddo, la fame o l’autolesionismo di un disagiato.

Perché, se è storicamente vero che Stefano Cucchi muore in stato di custodia cautelare, disposta successivamente all’arresto avvenuto il 15 ottobre 2009 per detenzione di sostanze stupefacenti e spaccio di droga, e che quella stessa misura di sicurezza veniva confermata il giorno dopo nel processo per direttissima a suo carico in cui il giudice fissava anche una nuova udienza da celebrare qualche settimana dopo, è allora altrettanto vero che, per 7 lunghi anni, tra l’Ospedale Sandro Pertini di Roma, il carcere di Regina Coeli e due caserme dei carabinieri della zona Appia, quella ragione è rimbalzata come qualcosa di molto scomodo.

Una bomba esplosiva, troppo difficile da maneggiare.

Scomodità di cui si sono accorti tutti: cittadini, complottisti e canditati politici, associazioni e gruppi di pressione, senatori e sindacati di polizia, non ultima l’intera opinione pubblica governata dai mass media, tutti cavalcando, chi più chi meno, l’onda dell’intolleranza muscolare che nel nostro Paese accompagna da tempo l’incubo del “pestaggio delle guardie”, da Carlo Giuliani a Federico Aldrovandi.

Il professor Francesco Introna dell’Istituto di Medicina Legale del Policlinico di Bari, autore principale ma non unico della perizia depositata ieri in un plico di circa 300 pagine, deve in questo senso aver detenuto una delle penne più pesanti del mondo.

Eppure il suo polso è riuscito ad arrivare dove pochi potevano immaginare.

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Professor Francesco Introna, esperto clinico di medicina legale del Policlinico di Bari, durante una intervista Tv sul processo Parolisi.

In quella perizia si legge infatti: “Le lesioni riportate da Stefano Cucchi dopo il 15 ottobre del 2009, non possono essere considerate correlabili causalmente o concausalmente, direttamente o indirettamente anche in modo non esclusivo, con l’evento morte”.

In buona sostanza ecchimosi, fratture di varia entità sparse per tutto il corpo e lesioni gravi, a prescindere dalla loro origine – perpetrate da altri oppure accidentalmente affioranti – su di un corpo malnutrito e stanco, e con ottime probabilità anche drogato, comunque sofferente di epilessia, potrebbero anche non ucciderlo.

Ma la difficile analisi di questo collegio di grandi firme della medicina legale non termina qui.

Nello stesso documento, infatti, si legge di come in verità la reale più probabile e verosimile causa, prevalente in termini di concausalità, della morte del Cucchi, potrebbe essere stato un attacco epilettico.

E sarebbe davvero, è appena il caso di dirlo, l’attacco epilettico più sfortunato del mondo.

A questo punto l’Introna deve aver fermato la coraggiosa mano dei suoi fedeli scribi. Il collegio non può calcare ulteriormente: l’epilessia è l’ipotesi più accreditata, tuttavia “priva di riscontri oggettivi”. Credo personalmente che, quand’anche l’intera stampa e i telegiornali si siano impegnati nel farlo, onde evitare critiche e interpretazioni di interpretazioni in una vicenda già troppo oscura sin dalle sue dinamiche iniziali, citare le parole precise di quest’ultima perizia firmata Introna sia a dir poco imbarazzante.

Ma considero imprescindibile una riflessione.

È un fatto che nel nostro Paese, oltre che in ambito comunitario se per qualcuno dovesse ancora significare qualcosa, vige una tutela specifica per il soggetto detenuto in stato di arresto o altrimenti sottoposto a misura cautelare. Tutela che riguarda la sua persona fisica, in termini di integrità e conservazione della salute corporea e mentale.

È un fatto anche l’assenza nel nostro codice penale del reato di tortura.

Ma quelle norme dovrebbero potere liberamente esplicare tutta la loro forza ed effettività anche e soprattutto nei confronti delle autorità di polizia, in qualsiasi contesto esse si trovino ad operare.

Stefano Cucchi è in questo senso un morto che, amaramente più che da vivo, incarna alla perfezione lo spauracchio dello strapotere della divisa.

Perché sventolare pezzi di carta non consentirà a nessuno dei nostri giudici di condannare liberamente chicchessia alla responsabilità penale che gli spetta.

E questo lo sanno bene anche i protagonisti della vicenda.

Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, non ha mancato di criticare fortemente i risultati periziali: “Il perito Introna tenta di scrivere la sentenza finale del processo per i responsabili del violentissimo pestaggio a mio fratello”.

Di quella perizia Ilaria Cucchi riconosce una sola svolta e ne gioisce: viene riconosciuta l’esistenza di numerose fratture sul corpo di Stefano, una in particolare alla colonna vertebrale che assieme alla “intensa stimolazione vagale”, anche a detta degli avvocati di parte lesa, sarà possibile collegare all’oscuro evento-morte di Stefano in un futuro processo per omicidio preterintenzionale.

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Ilaria Cucchi conduce da anni una battaglia giudiziaria per scoprire la verità sulla morte del fratello

Da parte loro, i sindacati di polizia pretendono scuse. La soluzione della possibile apertura, grazie soprattutto a certa parte della perizia Introna, di un processo per omicidio preterintenzionale, deve sembrargli solo una bazzecola, l’ennesimo scroscio di pioggia acida su un terreno già da anni imputridito dal fango delle maldicenze e delle illazioni.

Insomma, le reazioni a quest’ultimo tassello della vicenda giudiziaria che ha seguito la morte di Stefano Cucchi, forse la più discussa degli ultimi dieci anni, caratterizzano ancora una volta ciascuno dei suoi protagonisti, rendendo questo gioco delle parti quasi perverso ed incontrollabile.

Un infinito tunnel buio dove il corpo di Stefano continua ancora a viaggiare, morto e solo, lanciato a tutta velocità su un tavolo d’acciaio freddo dell’obitorio di Roma.

Sic transit gloria mundi.

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