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Riflessioni sulla Leopolda 5

Sabato 25 Ottobre, 2 città: Roma e Firenze.

Da una parte la Cgil, dall’altra Renzi.

Da una parte gli ex rottamatori e i tavoli tematici a cui hanno partecipato anche gli imprenditori, dall’altra Susanna Camusso, Landini, i lavoratori dipendenti e la minoranza Pd.

Una cosa in comune: la stessa area politica, il centrosinistra.

Elisabetta Gualmini su La Stampa ha affermato che la Leopolda 5 è stato l’inizio di un nuovo partito. Certo qualcosa è accaduto e la frattura ideale, se non politica, c’è e si vede.

Notiamo come, oggigiorno, ci siano due modi di intendere la sinistra italiana: la prima vede la nascita di un area sulle orme di Blair e Clinton, con una rinuncia secca all’ideologia tipica dei movimenti socialdemocratici e comunisti del secolo scorso per un’apertura molto ampia ai temi cosiddetti liberali; la seconda invece riprende molte battaglie ideologiche tipiche del sindacalismo alla Di Vittorio e Lama, con una prospettiva politica molto ideologica ed identitaria.

Se politicamente è tutto ancora in ballo, culturalmente Renzi ha dato una spallata e non da poco alla famosa “Ditta”. Se già nel 2011 fu clamorosa la presenza alla Leopolda di Luigi Zingales, economista liberista, professore alla University of Chicago Booth School of Business, le dichiarazioni di Serra contro gli scioperi (poi parzialmente corrette dagli interventi successivi ed anche dallo stesso Renzi) e la partecipazione cospicua di imprenditori (vedi Cuccinelly e Gay) hanno creato una frattura insanabile con quel mondo sindacale e post comunista che intanto manifestava per le vie di Roma.

Politicamente quindi, il centrosinistra è ancora molto instabile: è trainato da una forza politica conservatrice, che si esplica nei sindacati e soprattutto nelle roccaforti territoriali, mentre dalla Leopolda proviene una spinta centrifuga, liberal-democratica ed aperta verso altre esperienze politiche anche di centrodestra, come Romano.

Le possibilità di scissione nel centrosinistra potrebbero aumentare se la sinistra radicale trovasse un leader, che la vulgata vuole in Landini, lo stesso che però ha categoricamente smentito l’ipotesi. Il problema è capire quando lo strappo culturale, che già è presente ed in modo lampante, potrà avere ripercussioni in campo politico e tattico nel centrosinistra: nel breve periodo sembra che tutto rimarrà così com’è oggi, ma nel lungo periodo per quanto tempo questo Pd potrà resistere e rimanere immune da scissioni, che invece hanno lacerato il centrodestra?

Le differenze con il fu Pdl sono tantissime, non c’è dubbio, e per affermare con certezza che le probabilità di scissione nel Pd sono molto minori anche nel lungo periodo non basta di certo un solo articolo.

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