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Stavolta la vicenda ha superato ampiamente il romanzo di Michael Blake, trasposto negli anni 90′ nell’omonimo film con Kevin Costner e vincitore di svariati premi oscar. Stavolta come protagonisti dell’intricata scena investigativa, condotta con impietosa dovizia dai magistrati di Firenze, ci sono due soggetti.

Il primo è difficile non conoscerlo. Il viso da innocente ragazzone con la pelle grinza che si va mostrando alla stampa nelle ultime ore dalla notizia dell’inchiesta, benché il suo nome non sia, come ci tengono a precisare dal suo ufficio stampa, iscritto nel registro degli indagati, è infatti quello di Maurizio Lupi, attuale Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti per il governo Renzi.
Il secondo è un po’ meno noto ai comuni mortali. Si tratta di Ercole Incalza, definito super-burocrate degli appalti, ex dirigente ai lavori pubblici per parecchi governi, imprescindibile diaframma tra governo e gestione di appalti per qualsiasi imprenditore, uno che come viene detto nelle intercettazioni all’attenzione dei pm “fa il bello e il cattivo tempo”. Ma a guardar bene “Ercolino”, per venire arrestato solo pochi giorni fa assieme ad altri tre imprenditori, e per finire indagato dalla procura fiorentina con un’altra cinquantina di persone tra politici ed amministratori, ha forse fatto qualcosina in più di stabilire il bello e il brutto tempo a Palazzo Chigi.

L’oggetto principale dell’inchiesta, condotta dai pm di Firenze Giuseppina Mione, Giulio Monferini e Luca Turco, è infatti la gestione illecita di quasi tutti gli appalti relativi alla realizzazione delle grandi opere nel nostro Paese: dal Mose, all’Expo, passando per Tav ed autostrade, nulla sembra essere sfuggito agli artigli di questi insaziabili imprenditori che, intervenendo indebitamente su gare d’appalto e lavori d’esecuzione, riuscivano a gestire nel complesso un’affare di circa 25 miliardi di euro. Alla faccia del bel tempo, Ercolino.
L’inchiesta di Ros e procura fiorentina, ha portato all’arresto non solo di Incalza, ma anche di altri tre rodati partecipi di questa ennesima cricca del malaffare, chiaramente sempre imprenditori: Stefano Perotti, Francesco Cavallo e Sandro Pacella, quest’ultimo definito un po’ ovunque stretto collaboratore dell’Incalza. Tra gli indagati anche alcuni politici, prevalentemente ex Forza Italia ed Ncd, ma anche Antonio Bargone, ex sottosegretario ai lavori pubblici per i governi Prodi e D’Alema.

Insomma ce n’è un po’ per tutte le poltrone. Questi signori vengono indagati per una serie di gravi reati contro la Pubblica Amministrazione, come induzione alla corruzione, corruzione e turbativa d’asta ed altri reati che per esser commessi, avrebbero implicato, oltre ad un incontrollabile via vai di tangenti, anche il forte appoggio dell’Ingegner Ercole Incalza e del Ministro per le Infrastrutture e i Trasporti, Maurizio Lupi.
Nell’inchiesta viene coinvolto anche il figlio del Ministro: tra la storia del Rolex regalato al ragazzo per la laurea, o quella dell’imprenditore Perotti amico del padre, che procura al giovane un lavoro miliardario, e pure sorvolando queste vicende, apparentemente da rotocalco, tutto ma proprio tutto in questa maxi-inchiesta chiamata “Sistema”, puzza di corruzione e tornaconto personale, non certo di regaletto disinteressato.
Secondo i pm che hanno dettagliatamente ricostruito la vicenda infatti, il Sistema Incalza-Perotti, definito come “meccanismo corruttivo accertato”, avrebbe permesso al dirigente Incalza di affidare sistematicamente la maggior parte dei lavori all’ingegner Perotti, il quale, in virtù di un accordo di natura illecita intercorso tra i due, riusciva poi personalmente, o tramite società aggiudicatrici da lui stesso in fatto controllate, a rigirare il favore all’Incalza, affidando a quest’ultimo consulenze milionarie.

Si tratta in verità solo di una piccola parte della maxi inchiesta condotta dalla procura fiorentina, che oltre alla mega ordinanza di custodia cautelare ha già prodotto perquisizioni in numerosi luoghi-chiave, considerati veri e propri centri operativi del “Sistema”, come Anas ed RFI s.p.a., alcuni uffici del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, e la sede di molti consorzi che gestiscono appalti autostradali, in tutta Italia.
Le prime reazioni del Ministro Lupi agli arresti ed alla notizia del suo personale coinvolgimento nella vicenda, ampiamente documentato nelle intercettazioni a disposizione dei pm, rientrano nel repertorio classico del buon, corrotto amministratore: lui non c’entra nulla, di quei regali non ne sa niente, non ha mai chiesto lavoro per nessuno, tanto meno per il figlio, comportamento che peraltro valuta assai deprecabile.
Ma, cosa assai più importante, non ha intenzione di dimettersi. E a ben guardare, perché mai dovrebbe farlo? Non è iscritto nel registro degli indagati. Ma Lupi ha ragione per un altro motivo: in questo Paese tutto quello che avete appena letto, le tangenti e gli appalti truccati, i regali di posti di lavoro, le infrastrutture più redditizie d’europa ma ferme sotto lo zero, la corruzione e le protezioni politiche, infondo, non è poi così grave.

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