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Il 18 febbraio scorso, i protagonisti, gli spettatori e gli appassionati del calcio italiano e non solo, hanno festeggiato il compleanno di uno dei migliori giocatori della storia azzurra. Vanta 643 presenze nei club, di cui 452 in Serie A, segnando 291 reti, di cui 205 in Serie A (piazzandosi così al settimo posto nella classifica dei realizzatori di sempre nel massimo campionato). Ha vestito per 56 volte la maglia della nazionale di calcio, segando 27 gol, di cui 9 nei mondiali, con 16 apparizioni nella competizione iridata. Ha ottenuto tra l’altro il premio individuale più importante, portando per la quarta volta il Pallone d’Oro in Italia, dopo le premiazioni di Sivori, Rivera e Rossi, e l’ultima, successiva alla sua, di Cannavaro. Stiamo parlando di Raffaello, come lo definì Gianni Agnelli, o meglio del “divin codino”, Roberto Baggio.

La sua carriera inizia nella squadra del suo paesino Caldogno, un piccolo centro nel vicentino, per poi essere acquistato per 500.000 lire dal L.R. Vicenza, dove iniziò la sua carriera da professionista. Portato in prima squadra dal mister Bruno Giorgi, trascinò i biancorossi alla promozione in Serie B nella stagione 1984-85, rimanendo però in una delle ultime gare, il 5 maggio 1985, vittima di un grave infortunio al ginocchio, il primo di una lunga serie, che lo tennero lontano dai campi da gioco per oltre un anno. È proprio in quel periodo che da cattolico credente e praticante, Roberto Baggio si converte alla fede buddhista, per poi creare il centro culturale buddhista più grande d’Europa a Corsico (nei pressi di Milano) nel 1988.

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Era stato acquistato due giorni prima dell’infortunio in Serie C dalla Fiorentina, nella quale esordisce il 21 settembre 1986, infortunandosi nuovamente al ginocchio esattamente una settimana più tardi, per poi ritornare in campo praticamente due anni dopo l’inizio del calvario. Nel maggio dell’87, riesce comunque già a risultare decisivo segnando su punizione un gol che risulta decisivo per la matematica salvezza dei viola. Gli anni alla Fiorentina segnano l’ascesa del codino, che diventa protagonista insieme al suo compagno d’attacco Stefano Borgonovo, anche se l’esperienza si conclude in maniera controversa, visto che alla vigilia dei mondiali del 1990, firma un nuovo contratto con la Juventus, con i bianconeri che sborsarono la bellezza di 27 miliardi di lire, scatenando l’ira dei tifosi viola, vedono la cessione del loro talento agli acerrimi rivali come un tradimento da parte della società. Anche il calciatore all’inizio dimostra l’ambiguità della controversia, per poi arrivare alla stagione successiva, durante la quale si rifiuta di calciare con la maglia bianconera un rigore al Franchi contro la Fiorentina, in un clima di fischi e applausi contemporaneamente.

Negli anni della Juventus arriva probabilmente al punto più alto la carriera del calciatore veneto: rappresenta il campione sul quale edificare la rinascita di un club che stenta ad interpretare il nuovo tempo dopo 15 anni di egemonia. Prende la fascia di capitano nella stagione 1992-93, per iniziare un grandissimo periodo, fatto di soddisfazione per il gruppo e per il singolo, rispettivamente con la vittoria della Coppa Uefa nel ’93 e il Pallone d’Oro nello stesso anno, per poi arrivare nel 1995 alla vittoria dello scudetto dopo 8 stagioni di digiuno, e della Coppa Italia. Il 4 luglio dello stesso anno viene ufficializzata la cessione al Milan.

Alla prima stagione in rossonero vince il secondo scudetto consecutivo, con una squadra diversa però rispetto all’anno precedente e giocando un ruolo sempre meno da protagonista. La sua carriera al Milan si conclude nel 1997, senza nessuna prodezza del codino e addirittura un misero undicesimo posto della squadra rossonera. Escluso dall’ambiente e dall’allenatore Fabio Capello, nel luglio del ’97 si trasferisce al Bologna, dopo che era sfumata un trattativa col Parma a causa del rifiuto dell’allenatore gialloblù Ancelotti e la minaccia dell’addio ai parmensi da parte dell’attaccante Enrico Chiesa.

La stagione presso la corte felsinea è segnata da screzi con mister Ulivieri, ma anche dal miglior numero di reti realizzate in Serie A per il divin codino, ben 22 in 30 gare, più che sufficienti per ottenere la convocazione da parte del C.t. Cesare Maldini per i mondiali del 1998 in Francia.

Nel 1998 approda alla corte nerazzurra di Massimo Moratti. Del primo anno va ricordata la splendida doppietta realizzata a San Siro contro il Real Madrid agli ottavi di finale di Champions League, che portò l’Inter ai quarti. Nella stagione successiva Baggio ebbe problemi col nuovo allenatore Marcello Lippi, al quale poté dimostrare la sua importanza dopo un intero anno da ultima riserva durante lo spareggio contro il Parma giocatosi a Verona valido per l’accesso ai preliminari di Champions League segnando una doppietta decisiva per il 3 a 1 finale in favore dei nerazzurri.

Nel 2000 approda infine al Brescia, nel quale gioca le sue ultime 4 stagioni, da capitano: una squadra in cui ha dato tanto, per ricevere altrettanto, con un piazza che deteneva l’orgoglio di sentirsi speciale per aver avuto, una volta nella vita, un giocatore così. La sua ultima partita in casa la gioca il 9 maggio del 2004, segnando l’ultimo gol poco prima del novantesimo e ringraziato al termine della gara i tifosi delle rondinelle con uno striscione. La sua ultima partita in assoluto in carriera la gioca il 16 maggio a San Siro contro il Milan: 5 minuti prima della fine dell’incontro, Roberto Baggio viene sostituito e saluta lasciando per l’ultima volta un campo da calcio, venendo prima abbracciato da Paolo Maldini, per poi essere applaudito da tutto lo stadio gremito per festeggiare lo scudetto appena conquistato dalla squadra rossonera.

Per quanto riguarda la sua carriera in nazionale, Baggio gioca i suoi primi mondiali in occasione dell’edizione del ’90 ospitata dalItalia, al termine della quale gli azzurri si classificarono terzi. Alla sua prima presenza, contro la Cecoslovacchia, mette a segno un gol memorabile, considerato il più bello di quel Mondiale e settimo nella classifica dei più grandi gol nella storia della Coppa del Mondo FIFA, partendo da metà campo dopo uno scambio con Giannini e superando in dribbling quattro avversari.

Un momento cruciale nella storia di Roberto Baggio è sicuramente rappresentato dai mondiali del 1994 negli Stati Uniti, iniziati sotto tono dal codino, che poi a partire dagli ottavi contro la Nigeria, passando per i quarti contro la Spagna, si sono conclusi con l’ottima prestazione in semifinale contro la Bulgaria del Pallone d’Oro Hristo Stoickov, che permise a Baggio di trascinare gli azzurri in finale. Dopo uno scialbo e bloccato 0 a 0 contro il Brasile, i calci di rigore regalano forse l’epilogo più triste per la nazionale e  tremendamente crudele per il divin codino, che fallisce il rigore decisivo consegnando la vittoria alla nazionale verde oro.

Nel 1998 partecipa alla successiva edizione dei mondiali di calcio ospitata dalla Francia. Alla prima gara contro il Cile torna al gol proprio su rigore, 4 anni dopo il penalty della sconfitta in finale. Al termine della competizione sfiora anche il Golden gol che poteva eliminare la Francia, poi vincitrice, e conclude la sua carriera in nazionale il 28 aprile 2004 a Genova, quando gli viene riservata una cosiddetta convocazione-tributo, diramata solo in un’altra occasione, cioè l’addio alla maglia azzurra di Silvio Piola, miglior marcatore di sempre della Serie A.

Sicuramente Roberto Baggio rappresenta uno dei più grandi del calcio italiano, non solo degli ultimi anni, ma di sempre. È inevitabile però che prevalga un sentimento di malinconia e nostalgia, per tutto quello che è stato, ma anche per tutto ciò che poteva essere. Tanti sono i rimpianti, soprattutto nel cuore di quei tifosi che non sono riusciti a rivederlo nella loro squadra, ma piuttosto l’hanno rincontrato come avversario, sperando che potesse combinare qualcosa di importante, per provare quel giusto ma severo e amaro rimorso di non vederlo più vestire i loro colori. Una grande caratteristica è stata però sempre la grande franchezza e la grande professionalità del divin codino, per le quali la sua carriera è stata caratterizzata da tanti litigi e incomprensioni coi grandi allenatori di quei tempi, sui quali è sempre prevalso però il talento di Baggio, mai oscurato nemmeno dai tantissimi infortuni, che hanno costantemente accompagnato la carriera dell’attaccante. Neanche le idee del nuovo calcio, che sembrava dovesse escludere un fantasista come il codino, riuscito comunque ad emergere nei momenti decisivi, nel bene o nel male, perché “I rigori li sbagliano soltanto quelli che hanno il coraggio di tirarli”.

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