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Siamo stati tutti travolti dai post, dai tweet e dagli articoli indignati sorti a proposito di due insindacabili successi, uno tutto italiano, mentre l’altro coinvolgente l’intera umanità: l’esordio nello spazio di Samantha Cristoforetti e l’esplorazione spaziale.

Infatti, negli ultimi vent’anni, dopo la fine della Guerra Fredda, una volta svanita l’ipotesi di una visionaria colonizzazione di Marte e di un ritorno sulla Luna, l’esplorazione spaziale ha sempre di meno stuzzicato l’immaginazione delle persone, al punto tale che esiste tutt’oggi un acceso dibattito sulla possibilità di tagliare drasticamente i programmi per l’esplorazione della “volta celeste”.

Gli episodi di poche settimane fa hanno effettivamente dimostrato questa tendenza. Al count-down precedente alla partenza della cosmonauta italiana Samantha Cristoforetti (prima Italiana nell’equipaggio di una missione ESA, selezionata tra migliaia di competentissimi contendenti da tutto il mondo), gli Italiani hanno preferito uno dei derby di Milano più brutti che si siano mai visti ed alla notizia del primo atterraggio della storia su di una cometa del modulo Philae, l’attenzione si è focalizzata sulla maglietta definita “sessista” del povero fisico britannico Matt Taylor, mente ideatrice di questo prodigioso successo.

Non sarò ipocrita. Io stesso mi sono concesso qualche minuto di diretta della partenza per poi ributtarmi a capofitto sul derby e non nego che la maglietta del buon Taylor fosse oggettivamente brutta.

Quello contro cui voglio pormi è però questo disinteresse. Qui, sulla terra, ci sono sicuramente cose più importanti ed imminenti a cui pensare, ma l’uomo ha il compito di tenere costantemente vivo lo spirito di frontiera.

Con la fine delle grandi esplorazioni geografiche e la possibilità di poter raggiungere, soldi permettendo, ogni angolo del globo, l’uomo di oggi ha perso questo istinto basilare di ricerca dell’ignoto, che gli ha permesso, millenni fa, di poter abitare, dopo lunghe migrazioni, l’Oceania o il Nord America partendo dai deserti dell’altopiano etiopico. Se quegli uomini preistorici si fossero accontentati di quanto il loro sguardo poteva coprire, senza dubbio la storia dell’uomo sarebbe stata diversa ed io non sarei qui a scrivere queste cose. Ma è la voglia di conoscere, di esplorare, di scoprire sprezzanti del pericolo che ci ha permesso di progredire e di essere quello che siamo.

È così che l’esplorazione dello spazio assume un’importanza diversa. Non tanto per il suo indiscutibile valore scientifico, ma soprattutto per quello umano e psicologico. Per guardare dentro noi stessi prima ancora di capire cosa ci sia oltre questo bellissimo cielo che ci copre e ci protegge. E se del resto tutto quanto è nato da un Big Bang, allora è il caso di dire che sia Samantha, sia la sonda Rosetta ci stanno indicando la via per ritornare a casa. Vogliamo negare al genere umano questo diritto per colpa di un gol o di una maglietta tamarra?

 

[label style=”grey”]Questo articolo è stato scritto da Nicolò Biscottini.[/label]

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