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E’ bello vedere come, anche per la seconda -ed ultima- giornata, il Retina Festival sia pieno di gente che va avanti e indietro per le sale. Maledico il tempo che la sera prima ci ha fatto quasi morire di freddo, complice anche la pioggia scrosciante ed un ombrello da dividere in tre. Oggi invece fa caldo ed io, giustamente, ho addosso un maglione pesante.
Come se non bastasse, nel viale semi-buio che porta all’ingresso, vengo quasi investita da un’improbabile guida turistica in bicicletta e con le capacità al pari di Dora l’Esploratrice, che poi fugge a pedalate con due tizi nordeuropei a seguito. Le cose strane accadono pure al di fuori del Macro Factory.

Varcata nuovamente la soglia, decido -in preda a non so quale sete di sapere- di vedermi tutti i filmati della sezione Corpo. Probabilmente sono io altamente paranoica, fatto sta che, davanti ad un’opera quale “Misdeed” dell’artista turco Recep Akar, i brividi lungo la schiena non sono mancati: cinque persone in una stanza buia che ansimano e si contorcono, e -come chicca finale- il suono improvviso di un carillon, che vorrebbe essere simbolo di speranza in onore di chi è riuscito a resistere all’oscurità (ao’, sta scritto nelle brochure), ma che a me ha fatto solo accapponare la pelle. Credo avrò gli incubi per molto tempo, la mia insonnia ringrazia.
Colpa della tensione o meno, non appena parte il video successivo, di soli 26 secondi, quasi mi alzo di scatto, trattenendo urla e benedizioni indirizzate ai Tell No One per aver utilizzato come colonna sonora della loro “Metanoia” una canzone dei Muse, “Take a Bow”. Non se l’è mai inculata nessuno dal 2006, ma ho comunque avuto un moto di affetto quasi materno, consapevole che l’amore (o la malattia?) per certe band non mi passerà mai.

Lasciandomi alle spalle gioie e dolori provocati dalla visione di quasi un’ora di stramberie (nella mia testa ormai frulla solo la parola ANSIA), vado alla ricerca di qualcuno con cui scambiare quattro chiacchiere.
A quanto pare qui se non hai l’aria da finto alternativo non ti fanno entrare, perciò fermo il primo ragazzo hipster che mi trovo davanti. Esordisce lodando l’intera organizzazione del Festival, definendola impeccabile rispetto ad altre iniziative simili che, in passato, Roma ha completamente snobbato. Infatti mi dice di essere abbastanza esperto dell’ambiente. Miracolo. La prima persona dopo una lunga lista di gente che, la sera prima, probabilmente era presente solo per la birra a pochi euro e il dj set a base di Moderat.
Dopo poco scopro che per molti anni ha vissuto nel mio stesso paesino in Toscana, e me ne vado pensando che il caso si sarebbe potuto impegnare di più, che so, facendomi trovare davanti l’uomo della mia vita.

In compenso, incrocio Walter Paradiso, che ormai mi saluta come una vecchia amica; evidentemente l’intervista del giorno prima gli è piaciuta. Quasi mi manca pure il nostro amichetto giapponese, innamorato perso della mia stretta di mano, e quel suo oh-oh-oh da cartone animato anni ’90.
(Per leggere le interviste di Walter Paradiso e Yukio Ogura a cura di Giovanni Cerrati, clicca qui.)

Le ultime persone con cui parlo sono una coppia di studenti: lei una tedesca in erasmus, non spiccica parola manco in inglese, elfico o lingua madre, lui un ventenne curioso che tenta di capire qualcosa in più di questa arte ma che si perde nel suo stesso discorso.
“No, cioè,  figo qui. Le luci, le cose strane. Le scene sparaflashose mi hanno un po’ turbato, ma mica è facile dare un’interpretazione a questa roba, sai? Però molto bello, figo.”
Seh. Va beh, ciao. Magari voleva solo provarci con la tipa dalla bionda chioma germanica.

Il bello, però, deve ancora venire: nella seconda sala incappo in un tizio travestito da zebra, con tanto di cappuccio con le orecchie e scaldamuscoli maculati e, dopo un breve, serio e professionale scambio di opinioni con Giovanni via telefono (“FAGLI LE FOTO CON LA MACCHINETTA”, “MA E’ TROPPO SGAMANTE”, “FAI FINTA DI FOTOGRAFARE ALTRO. FAGLIELA DI SPALLE. COME TI PARE. MA LO VOGLIO. PAGALO.”, “QUESTA CITTA’ E’ UNA JUNGLA.”) decido letteralmente di braccarlo.
Anche uno dei supervisori se ne è accorto e se la ride sotto i suoi hipsterissimi baffi a manubrio mentre mi metto a sedere di fianco a Tigerman, già beatamente stravaccato nella sala Percezione. Mi fingo interessata al filmato di una catenella d’oro che cade in loop, in realtà sono concentrata a trattenere le risate.
Dopo svariati minuti di agonia, ripresosi dal suo stato di catalessi ed io da forti dolori addominali, decido di dire definitivamente addio alla mia dignità rivolgendogli la parola.

Dice di chiamarsi Diego e di essere un video motion designer. In parole spicce, si occupa anche lui di questo genere di arte, ma il suo pezzo forte è la video-grafica. Faccio fatica a stare dietro a ciò che dice perché parla con un tono di voce pacato ma inudibile, anche a causa della musica apocalittica proveniente dall’altra stanza. Mostro bandiera bianca alla mia sordità.
Gli chiedo di descrivermi festival e video-arte in due parole. Esplorativa e giovane, non si sbilancia in spiegazioni: come un’opera, anche lui lascia a noi l’interpretazione.  Pragmatismo a parte, si definisce abbastanza soddisfatto della mostra, ma critica le salette troppo piccole, aggiungendo che forse sarebbe stato saggio fare un’ulteriore scrematura dei filmati da proiettare, vista la scarsa disponibilità di spazio.
Ora però la domanda che tutti aspettano, l’unico motivo che vi ha spinti a leggere fin qui, presumo: perchè ti sei vestito così quando ormai pure il Carnevale di Viareggio è finito?
Candidamente mi risponde di vestirsi sempre da animale, pure per andare al mercato o alle poste, e forse mi lascio scappare qualche “davvero?” di troppo, ma non ci fa caso e si mette felice davanti all’obiettivo della mia reflex.
Mi lascia il nome del suo sito, avvertendomi che al momento non è visibile perché ha avuto problemi col dominio, e infatti a casa provo a cercarlo ma la faccina di Google Chrome mi mostra triste il broncio. Però dal profilo Facebook vedo che effettivamente dispone di una notevole collezione di costumi. Ah, quello da zebra deve essere il suo ultimo acquisto.
Lo saluto consapevole di aver parlato con un placido egocentrico, più che con un matto. Rimane però una delle poche persone brillanti incontrate lì dentro.

Ad esser sincera, non so dare una conclusione adeguata a questa esperienza, forse una delle più strambe che abbia mai vissuto. Perdonate anche il continuo tono sarcastico dei nostri articoli, dovete ammettere che si presta benissimo a certi “personaggi” in cui siamo incappati e forse questo non è altro che un modo per sopperire alla nostra pura ed ingenua ignoranza in materia: già, di video-arte continuiamo ancora a non capirci un cazzo.

Scherzi a parte, andate alle mostre, interessatevi anche a ciò che vi pare strambo: potrebbe essere un’ottima occasione per arricchire il vostro bagaglio culturale, così come lo è stato per noi.
Ulteriore avvertenza: astenersi persone ansiose, paranoiche o altamente impressionabili. In un modo o nell’altro, certe volte bisogna riconoscere che l’arte non è per tutti.

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Beatrice,20 anni. Scrivo quando mi va, faccio foto a tempo perso, vado ai concerti per sentirmi viva, viaggio se possibile. Un ansiolitico ogni tanto non mi farebbe male.