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[dropcap]I[/dropcap] cartelloni che tappezzano la città di Roma da mesi, pubblicizzando la mostra di Matisse “Arabesque”, alle Scuderie del Quirinale fino al 21 Giugno prossimo, non hanno dovuto faticare molto per attirare la mia attenzione.
Il famoso quadro “I pesci rossi” affisso sul retro dell’autobus che perdo la mattina mentre tento di raggiungere l’università riesce a rendere il tragico fatto molto più sopportabile, e se questo è l’effetto di una singola opera, non aspettavo altro se non vedere quello della mostra nella sua interezza.

“Sono fatto di tutto ciò che ho visto”
Credo che sia questa la frase più rappresentativa del genio di Henri Matisse, punta di diamante del movimento rivoluzionario dei “Fauves” e considerato uno dei padri dell’Espressionismo. Rispecchia il concetto che è alla base dell’essere artisti: una capacità di osservazione fuori dal comune.
Ciò che il pittore francese ha visto è stata la piccola cittadina francese di Cateau-Cambrésis, dove nacque nel 1869, poi Parigi, dove studiò legge e, soprattutto, realizzò che la sua vocazione era quella della pittura, per poi finire nel 1917 a Nizza, dove visse fino alla sua morte, sopravvenuta nel 1954.
Ma oltre a questi luoghi, il distinto e “borghese” artista -se paragonato alle vite fatte di eccessi di Picasso e degli altri a lui contemporanei- ebbe la fortuna di viaggiare moltissimo, privilegiando Algeria, Marocco, Russia e l’Oriente in generale, collezionando oggetti e manufatti caratteristici di quelle culture, mostrati in abbondanza durante il percorso della mostra.

Il suo stile e il suo modo di vedere il mondo vennero genuinamente influenzati da questi viaggi che furono un’ispirazione per la sua arte, contraddistinguendola per l’immediatezza e un particolare “gusto per la banalità” che gli fa rendere le linee, le figure umane e gli oggetti il più semplici e naturali possibili. Come degli arabeschi orientali.
Al contrario, ciò che colpisce intensamente sono i colori primari, gli stessi che tutti noi abbiamo usato da bambini: tinte uniformi e forti stese per tutta la tela con l’intenzione di rendere superflue la prospettiva e le distanze ed evidenziare tutta la loro luminosità.
La scoperta di una nuova tonalità era considerata un vero evento per Matisse, perché i colori da lui usati erano “espressivi”, non descrittivi. Ciò voleva dire che dietro ad ognuno di essi era nascosta una specifica sensazione ed emozione. Per questo non è stato difficile percepire la dolce serenità nel celeste dello sfondo della “Zorah sulla terrazza” o il familiare piacere di trovarsi nella propria casa in un momento di tranquillità in “Interno con fonografo”.
Ognuna delle opere esposte trasuda ammirazione per l’arte orientale, che riesce a comprendere nella sua essenziale e profonda semplicità, restituendocela nel modo più raffinato e astratto possibile, come un allievo che cerca di riprodurre con grande umiltà e impegno l’opera del maestro.

Una delle cose che mi ha colpito di più è stato il documentario proiettato tra un piano e l’altro dell’esposizione, girato da un regista francese, che mostra il pittore nella sua casa a Nizza proprio come dovevano vederlo i suoi vicini, con una sobria giacca e occhiali tondi, come un nonno buono che fa un ritratto al nipote. Un ritratto da milioni di euro, in questo caso.
Infine, ho apprezzato molto i costumi da lui disegnati per il balletto “Le chant du Rossignol”, una favola ambientata in Cina e musicata da Stravinsky, con i quali ha avuto la possibilità di creare qualcosa di simile agli amati kimono e cominciare i suoi primi papiers découpés, i precursori degli odierni collage.

Senza dubbio una delle mostre più belle che abbia visto da quando vivo qui nella Capitale, e il messaggio che lascia è che “nella semplicità risiede la massima pienezza”, la vera originalità, l’unica cosa che non potrà mai rendere banale ciò che facciamo.
E questo non vuol dire che sia facile. Anzi, è l’obiettivo che richiede più coraggio e assiduo lavoro per essere raggiunto.
Ma se il risultato sono opere come i capolavori di Matisse, vale davvero la pena impegnarsi.

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