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Oggi ho scambiato quattro chiacchiere con Andrea Bonucci e Giovanni Cerrati.

Andrea ha 22 anni e studia scienze politiche. È conduttore radiofonico presso Radio Luiss da circa tre anni. È stato autore della sceneggiatura di tre lungometraggi, nei quali ha ricoperto anche il ruolo di co-regista e co-protagonista. Nel compiere la spola fra Roma e Bruxelles, continua a scrivere fumetti e ad occuparsi di politica europea.

Anche Giovanni ha 22 anni e studia scienze politiche a Roma. Oltre ad aver inciso dei dischi di musica rap, ha condiviso con Andrea il progetto GRAND POTSDAM HOTEL, nel quale si è occupato della realizzazione dei disegni.

Le tavole di questa serie di fumetti saranno pubblicate sul nostro sito con cadenza bisettimanale.

 

Andrea, parlaci di Gran Potsdam Hotel

Essendo fermamente convinto che un fumetto possa e debba far ridere in maniera intelligente, l’idea di crearne uno che fosse contemporaneamente storico ed umoristico è stata quasi immediata. Più difficile è stata la scelta dell’epoca: volevo un momento storico preciso e cruciale, animato da personaggi indimenticabili e indimenticati, ma che lasciasse spazio ad una satira della società odierna. Rileggendo qualche libro, rivedendo qualche film e sfogliando qualche atlante storico ho trovato un anno preciso: il 1942. Fu un anno davvero particolare della Seconda Guerra Mondiale: era in atto una drammatica situazione di stallo nella quale nessuna potenza riusciva a imporsi  definitivamente sull’altra. Ed ecco dunque che, iniziando ad imbrattare vergognosamente la storia, ho immaginato di costringere Hitler, Mussolini, Stalin, Churchill, De Gaulle e Roosevelt al tavolo delle trattative e al dialogo. Lo scopo apparente è quello di arrivare alla pace, ma nella realtà quella che dovrebbe essere una delicata e risolutiva missione diplomatica diventa poco più che un viaggio organizzato. Teatro di questa irriverente farsa è il Grand Potsdam Hotel, più precisamente le ultime due stanze rimaste libere nelle quali i sei leader saranno costretti a convivere.

Vedremo da vicino i protagonisti della storia del Novecento compiere le loro (vere) grandi imprese: canteremo in macchina Singin in the Reich con Adolf Hitler, ci godremo i calci di rigore di Italia-Abissinia con Benito Mussolini, ci prenderemo una vodka in discoteca con Iosif Stalin, supereremo l’odiosissimo check-in con baggage drop della R.A.F. con Winston Churchill e Charles de Gaulle e mangeremo un delizioso “Happy Deal” con Franklin D. Roosevelt.

Con Giovanni, senza la cui genialità non sarebbe possibile tutto questo, abbiamo ritenuto irresistibile intrufolarci nella quotidianità di questi sei enormi interpreti del ventesimo secolo immaginandone la convivenza forzata e mostrarvi il loro aspetto comico e grottesco.

Grand Potsdam Hotel vi farà conoscere veramente dei personaggi dei quali eravate solamente a conoscenza!

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Andrea e Giovanni, come è stato strutturato il vs lavoro?

 

A: I fumetti nascono spesso da due menti, è il caso di Astérix, Batman: Year One, Tex e V for Vendetta. E’ proprio come se ci fossero una mamma ed un papà: da loro dipenderanno i “tratti somatici” dell’opera. Io ho fatto il papà e Giovanni la mamma, purtroppo o per fortuna ci siamo limitati all’ambito artistico (qui esigo la scritta “ride” in corsivo come nelle grandi interviste!).

In pratica i personaggi hanno il mio carattere però somigliano molto a Giovanni. Ed ecco che il nostro progetto nasce da uno sceneggiatore, che decide cosa succede come una sorta di grande fratello spiritoso ed indulgente e da un disegnatore, la persona senza la quale non è proprio possibile creare un fumetto. E’ stato Giovanni, infatti, a costruire il mondo di Grand Potsdam Hotel donandogli bidimensionalità e dunque vitalità.

Io, come sceneggiatore, concepisco le dinamiche narrative per i nostri personaggi e scrivo lo storyboard. Una volta concordati tutti i dettagli con Giovanni, allora possiamo procedere con la seconda fase del lavoro ovvero la realizzazione dei disegni. Sebbene questi due passaggi possano sembrare nettamente divisi, in verità sono fatalmente connessi e la loro fusione è più  efficace quando fra sceneggiatore e disegnatore si instaurano stima e, soprattutto, fiducia. E credo sia il nostro caso: Giovanni, ad esempio, suggerisce spesso qualche battuta che poi finisce nel testo definitivo ed io, invece, ho potuto curare nel dettaglio l’aspetto fisico dei nostri protagonisti. E l’ho potuto fare grazie all’infinita  e rara pazienza di Giovanni che oltre alla caterva di freddure che gli propino è costretto anche a sopportare le disquisizioni sui baffi di De Gaulle che devono somigliare a quelli di Peter Sellers ne la Pantera Rosa.

 

G: La struttura del lavoro è molto semplice, perché ricalca il sistema classico di disegnatore e sceneggiatore che si utilizza tanto nei fumetti quanto nell’animazione. Come ha già detto Andrea, consiste in una fase di scrittura a cui lavora lui, che poi stende un abbozzo di struttura della pagina con le varie vignette, a cui poi io mi rifaccio più o meno liberamente quando realizzo matite e inchiostri. Uno dei vantaggi del nostro sistema è una certa “fluidità” perché Andrea è una fonte inesauribile di battute, trovate e gag, ma entrambi spesso mettiamo il naso nel campo dell’altro. Quindi non è raro che io dia un consiglio per rendere più efficace -con i disegni o con il testo- una situazione comica e che lui faccia altrettanto: questo ci permette di essere più soddisfatti possibile del risultato finale, che diventa una sintesi comune e non l’incastro risultante da un lavoro a catena di montaggio. Bisogna dire che con i disegni e le vignette non mi ero mai spinto oltre lo sviluppo di una situazione in quattro inquadrature, quindi per me -che non ho alcuna formazione tecnica- è stato un pò complesso inizialmente organizzare lo spazio della pagina, capire come dare più preminenza ad alcune immagini o ad alcuni dialoghi. Ho dovuto contare solo sugli anni da lettore e sulla mia capacità di prendere esempio dai miei autori preferiti, e spero che il pubblico apprezzerà lo sforzo. È molto più difficile di quanto si possa credere e il rispetto che ho per questo tipo di arte mi ha reso inizialmente molto dubbioso sulla qualità del materiale che avrei potuto realizzare, specie perché c’è ben poco oltre alla mia strumentazione di fortuna ed un certo incosciente ottimismo. Anzi, quello è più merito di Andrea: probabilmente senza i suoi incoraggiamenti mi sarei arreso alla prima prova.

 

Andrea e Giovanni, quali sono i personaggi che vi hanno ispirato?

 

A: Io ho iniziato a scrivere e disegnare fumetti ad otto anni, ma è ancora prima che ho capito che adoravo raccontare storie, anche se all’epoca tutti le chiamavano bugie. Con il passare degli anni ho capito che la mia vera passione è, però, la scrittura. A me interessa creare storie che siano per tutti: comprensibili senza essere banali, comiche senza essere sciocche ed istruttive senza essere saccenti.

Sono fiero, dunque, di scrivere per tutti e non soltanto per un élite di persone. A mio avviso, infatti, troppo spesso si ritiene che un prodotto per il semplice fatto che sia di nicchia sia automaticamente un prodotto di qualità. In verità, in molti casi, più che di nicchia, molte opere sono semplicemente incomprensibili. Ecco perché non ho paura del mio stile nazionalpopolare.

Se riesco in questa assurda impresa, anche se essendo René Magritte il mio pittore preferito preferisco definirla surreale, è solamente grazie a quegli autori che, sin da bambino, hanno saputo stimolare la mia creatività. Primi fra tutti René Goscinny – creatore del mio fumetto preferito, Astérix e dei migliori albi di Lucky Luke; maestro del cliché e del calembour,  capace di introdurre una gag comica con una parafrasi di un passo de Les Misérables di Victor Hugo – e Matt Groening – ideatore dei Simpson e Futurama, il miglior autore di satira di costume degli ultimi vent’anni.

Crescendo e iniziando a contaminare la mia dolcezza disneyana, è aumentato il cinismo ed ecco che sono arrivati Woody Allen, del quale venero la capacità di fondere la comicità americana con l’umorismo europeo – soprattutto  in Harry a pezzi, Amore e Guerra, Hannah e le sue sorelle  e Stardust Memories – e Mel Brooks, da cui ho imparato a sviluppare una maniacale predilezione per la parodia e la citazione – specialmente grazie a Frankenstein Junior, Ballespaziali e  Dracula morto e contento-.

Riconosco che è a loro che devo tutto. Ora che ci penso però, questi quattro mi hanno reso anche

megalomane, decisamente.

G: I fumetti sono probabilmente la cosa che leggo con più costanza e da più tempo, praticamente da quando ho imparato a farlo. Mentre Andrea è un patito di fumetti europei -quelli belgi e francesi soprattutto- io non ho mai superato la fase infantile dell’amore per gli eroi Marvel e DC. Negli anni ho aggiunto nuovi titoli e personaggi alle mie preferenze, raffinato i gusti e cambiato opinioni, come tutti. Ma ovviamente per arrivare al grado di complessità che offrono i comics americani -parlo di correttezza anatomica, dinamicità, resa artistica- non si può pretendere di raggiungere lo stesso risultato con la lettura di qualche manuale e una matita numero due come faccio io. In questo senso sono stati più “formativi” per me tutti gli autori e i disegnatori italiani che ho studiato dai dieci anni in poi. Quello che ammiro di più in un fumettista è l’originalità del tratto, che poi sia denso di passaggi come quello di Alex Ross o Mike Mignola, oppure più naif come quello di Zep o Peyo, non conta. Ho fatto i conti sia con le mie capacità sia con le mie conoscenze e ho deciso di rifarmi a quella scuola di cartoonist in cui si può fare bene senza essere un fuoriclasse naturale. Adoro e venero Andrea Pazienza e Filippo Scozzari, però la maggior parte dei miei spunti vengono da Altan, dal “Bobo” di Sergio Staino, da Silvia Ziche, Vauro, Stefano Disegni, Leo Ortolani e Zerocalcare: cioè tutti quegli autori che fanno della prospettiva stressata, grottesca, deformata, una costante. Per carità, loro sono disegnatori formidabili in grado di essere sia precisi che estrosi, però quello che li contraddistingue è proprio una “scorrettezza” ben calcolata. Per quanto mi è possibile, ho cercato di seguirli. In questo modo non devo preoccuparmi che gli occhi o le mani dei miei personaggi siano realistici, né che lo sia quello che li circonda. Posso sfruttare a mio vantaggio l’incapacità di riprodurre in maniera perfettamente realistica quello che vedo e renderlo più comunicativo, comico, tridimensionale di quanto farei se cercassi di essere più di quello che sono. Cioè uno a cui piace scarabocchiare.

 

 

 

 

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