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Sono passati trentasei giorni dall’inizio della quarantena e sto cominciando a fare i conti con me stessa. Il primo decreto risale al 23 febbraio, ormai. Ho sempre pensato che il mese di febbraio nascondesse un’anima macabra e sadica e che sfoderasse il peggiore dei suoi aspetti proprio il 23 febbraio.

Qualcuno leggendo penserà “eccola! L’ennesima complottista” e tra qualche momento correggerà il tiro pensando semplicemente che si tratti di vittimismo. Si, perché il 23 febbraio è il mio compleanno. Sia chiaro, non è vittimismo e non è complottismo, è sempre stato il mio compleanno il problema. Comunque, come ogni anno, mi aspettavo mi stupisse, ma una pandemia non l’avrei immaginata!

Scherzi a parte, se mi avessero chiesto di ipotizzare la Terza Guerra Mondiale non sarei riuscita, neppure impegnando tutta la fantasia che ho, a idearla con una tale crudeltà. È feroce, si avvicina a noi elegante, resta al nostro fianco silente per sedurre il nostro organismo e si impossessa dei nostri respiri e si scaglia, poi, impetuoso, mostrandosi solo quando ormai è ovunque, nella nostra mente, nella nostra aria, e comincia a prendersi anche la nostra vita piano piano.

Sono passati trentasei giorni e forse ho imparato a convivere con la drammaticità della situazione. Ricordo ancora l’angoscia che mi avvelenava la carne quando ho visto online le immagini delle bare nei camion militari. Sotto c’era scritto “Il forno crematorio di Bergamo, a pieno regime, può smaltire solo 25 morti al giorno, lavorando a ritmo continuo, 24 ore su 24”; lo scriveva Il Messaggero il 19 marzo. Mio padre non ha smesso di lavorare, va a Bergamo ogni settimana. Qualche giorno fa mi ha chiamata e mi ha detto di non aver dormito tutta la notte perché li, nel cuore del virus, le campane suonano in continuazione “a morto”. Gli occhi di mio padre sono sempre stati dell’azzurro vivo in cui riesci a vedere il mare d’inverno, ma questa volta la sua iride si tinge di terrore.

Ma questo virus non è solo un assassino spietato, è anche un ladro. Ha rubato la nostra serenità, la nostra tranquillità, la nostra quotidianità. Mentre si fanno le più banali attività quotidiane, lui ci stringe la mano. Al supermercato ci accompagna lui, viene in farmacia e quando ci guardiamo allo specchio del bagno lui fa capolino e mentre guardiamo i nostri occhi riflessi il pensiero che ci accomuna è quello di lavare le mani con l’acqua un po’ più calda, per un po’ più tempo e con un po’ più di vigore. Io comunque non faccio la spesa e non vado in farmacia, al massimo esco sul balcone per fumare una sigaretta e regalarmi l’idea del vento freddo in faccia.

Sono passati trentasei giorni, invece, dall’ultima volta che ho pensato di sentirmi viva anche io. Sto meglio della maggior parte, sicuramente, e questo è esattamente il momento in cui mi assalgono i sensi di colpa per essere così egoista. Ho deciso, come molti studenti fuori sede, di tornare dalla mia famiglia appena uscito il decreto del 4 marzo. Sono tornata a casa perché per mia madre la tensione di avere la famiglia frazionata lungo tutta la penisola non era facile: insieme al virus aveva da affrontare la costante ansia che una disattenzione di troppo avrebbe potuto essere fatale. Sono tornata a casa perché avevo bisogno di dare il mio sostegno alla mia famiglia, più di quanto avessi bisogno di sostegno io. O almeno così pensavo, prima di tornare a casa. Da quando sono tornata, ho vissuto la sua stessa paura, solo senza poterne parlare. Mio padre lavora al nord, come dicevo. Ogni settimana sale sul camion e entra in quelle che erano le zone rosse, prima che l’Italia avesse tutta lo stesso colore. Ma ci credete? Siamo tutti uguali, questa volta, da nord a sud. Niente terroni, niente polentoni, solo italiani che insieme combattono la stessa battaglia. È solo servita una pandemia e forse quando questa sarà finita torneremo ad essere i terroni che lavorano al nord e i polentoni che vanno in vacanza al sud. Ad ogni modo, prima che salga sul camion, mamma prepara per lui tutto quello che gli servirà per non uscire, non andare in autogrill, al supermercato, in farmacia. Quindi quello che di solito è un “pacco da giù” dello studente fuori sede, diventano diverse borse frigo per papà.

Negli ultimi cinque anni non avevo più passato così tanto tempo a casa. All’inizio mi sentivo un’estranea, ospite in casa mia. Ho familiarizzato con la mia camera, e ora è diventato un po’ di più il mio posto. Ogni giorno prendo un foglio, un pennarello rosso e attacco al muro un pensiero, o una canzone, o una poesia. Dall’inizio dell’epidemia, prima ancora che diventasse pandemia, leggevo freneticamente quante più notizie possibili. Ho raccolto dati ovunque sul web e ho fatto decine e decine di ipotesi: quanti contagi ci saranno? Quanti decessi? Guariranno quante persone? E saranno più dei decessi?

E cercavo le risposte a queste domande nelle curve che ogni giorno costruivo. Non ho costruito una curva dall’ultimo studio di funzione che ho svolto al liceo, e no, non credo sia servito a sentirmi meglio. Ho smesso due settimane fa. È stato un po’ come disintossicarmi, niente droghe, soltanto numeri. A questo punto della pandemia ho perso il contatto con il mondo. Fuori dalla finestra della mia stanza vedo i fiori sbocciare, sento cinguettare gli uccelli e fisso per ore gli scoiattoli che mangiucchiano i rami degli alberi, e questo a Roma non è possibile. Non ricordavo quanto fosse bella la melodia della natura, anche se il traffico della città – paradossalmente – non mi dispiace affatto. Per ora va bene così, non ho più tutti gli incubi che avevo qualche settimana fa e mi limito a guardare 3 notiziari al giorno.

Sono passati trentasei giorni da quando mi ha rubato il contatto con l’umanità che tanto amavo.Si, perché il virus ha rubato a tutti i sentimentali come me la possibilità di stringere le mani che mettevano ordine al frastuono nella mia testa e al caos intorno a me. Ha rubato il contatto umano che, a volte con fatica, ho costruito nel tempo. Non immaginavo l’essere costretti in quattro mura potesse portare alla follia, ma ho dovuto ricredermi. La tensione che causa la costrizione, il ripercorrere centinaia di volte al giorno i metri in cui si è inscritti, l’essere lontani dalle proprie abitudini, dai propri affetti, era qualcosa a cui non avrei mai pensato. Per una come me, di un sentimentalismo freddo e talvolta scostante, perdere il contatto reale con chi amo non credo sia un bene, anche se potrei sbagliarmi. Non credo ci siano abbastanza parole per rappresentare ciò che si prova come è possibile, invece, farlo in silenzio.

Non so dire se andrà tutto bene, come scrivono molti. Vado controcorrente, sicuramente, ma non riesco a mentire. Andrà, in qualche modo, ma non credo tutto bene, le ripercussioni saranno dure quanto il virus, per cui non so se tutto bene sia la giusta qualificazione.

Said “woman take it slow, and it’ll work itself out fine”
All we need is just a little patience
Said “sugar make it slow and we’ll come together fine”

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Vice direttrice Cartaceo AA 18/19