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di Leonardo Nacarelli

Dopo oltre cinque anni di processo, ad Atene è stato pronunciato un verdetto di proporzioni storiche per la storia della democrazia europea. Il commento di Amnesty International esprime, meglio di quanto il sottoscritto possa fare, lo stato di soddisfazione che pervade il popolo degli antifascisti di tutt’Europa: “Giornata storica per la giustizia in Grecia e in Europa: il leader e altri sei alti funzionari di Alba Dorata (ex parlamentari) dichiarati colpevoli di far parte di un’organizzazione criminale. La violenza razzista e i crimini d’odio non possono e non devono più essere tollerati”.

Più precisamente, il processo aveva come finalità quella di fare luce sull’omicidio, per accoltellamento, del rapper di sinistra Pavlos Fyssas. Gli imputati erano 68 e tra di loro si potevano individuare i soggetti al vertice del partito politico di estrema destra. Vi era anche il capo politico di Alba Dorata Nikolaos Michaloliakos: 62 anni, filonazista, negazionista dell’Olocausto, aveva sviluppato le sue idee politiche durante la dittatura fascista tra gli anni 60 e 70. Il “nuovo che avanza” che non è poi così nuovo e che guarda al passato. Esiste una manifestazione più plastica del paradosso del neofascismo attuale?

Ciò detto, è doveroso approfondire la portata innovativa della pronuncia giudiziaria a cui è dedicato quest’articolo. Era davvero necessaria? Possiamo esserne pienamente soddisfatti?

Il Rapper Greco Pavlos Fissas, ucciso ad Atene nel 2013 da dei militanti di Alba Dorata

Sul piano esclusivamente politico, non credo che la natura, per usare un eufemismo, “border line” di Alba dorata sia mai stata veramente discussione. Tutti sapevano che vi è era una forte impostazione ed organizzazione paramilitare; tutti sapevano che l’impiego della violenza non era una fatalità tragica ma un preciso strumento di lotta e propaganda politica; tutti sapevano che l’attenzione verso le fasce più deboli della popolazione altro non era che uno specchietto per le allodole. O, meglio, dovrei dire che tutti potevano sapere. È per questo che sarebbe forte la tentazione di frenare gli entusiasmi: in fondo, potremmo dire, questa sentenza non fa altro che illuminare con la torcia dei luoghi che, anche se oscuri, conoscevamo già alla perfezione.

Eppure, questo tentativo di sminuire non sarebbe corretto. La sentenza dei giudici di Atene può essere la manifestazione di un incoraggiante fenomeno: nei piani alti della società civile, si sta abbandonando un atteggiamento troppo morbido nei confronti di movimenti politici che pongono seriamente a rischio le democrazie occidentali. L’approccio di tipo liberale che si è già dimostrato fallace nel contenere e sedare queste forze politiche liberticide ed eversive potrebbe essere presto accantonato.

Tuttavia, non si può non evidenziare quest’aspetto: cinque anni e mezzo, in ambito politico, è un’enormità di tempo. Poco più di una legislatura parlamentare. Lo scenario politico greco è molto cambiato nel frattempo. Alba Dorata, alle elezioni europee del 2014, si affermò come terza forza politica del Paese con il 9.4% dei consensi; cinque anni dopo non è riuscita, alle elezioni politiche, a superare la soglia di sbarramento posta al 3%. Prendendo spunto da Tennyson, Alba dorata non è più quella forza che avrebbe potuto muovere la terra ed il cielo. Ciò che i giudici hanno ritenuto un’organizzazione criminale è qualcosa di molto affievolito, debole e quasi innocuo. È bene che, prima o poi, si sia intervenuto ma anche il momento in cui ciò è avvenuto ha la sua importanza. Alba Dorata è stata ad un soffio dal governare il Paese e lo Stato ha agito soltanto nella legislatura successiva. Neanche oso chiedermi cosa sarebbe successo se la presa del potere fosse stata reale. Probabilmente, se non sicuramente, non avremmo avuto neanche questo intervento tardivo. Se questo è lo stato delle cose, possiamo sentirci garantiti?

Probabilmente sì, ma è comunque sbagliata la prospettiva. I meccanismi di protezione, qui ed ora, ci sono, ma è sbagliato pensare che debbano essere i giudici ad attuarli. Non può, in altre parole, essere la magistratura l’arbitro di quel gioco di forze che è la politica. Il suo tempo di analisi ed elaborazione dei dati sociali è troppo lungo perché il quadro politico possa attenderlo; una tale tempistica è richiesta dalle sue tali e tante esigenze di certezza nell’accertamento dei fatti. Deve essere l’elettorato a riconoscere e rifiutare questi modi di fare, e prima ancora di questo, di concepire la politica. Questa maturità popolare deve passare per un rafforzamento dei valori pluralisti su cui si basa il vivere democratico.

Per concludere con una metafora, un incendio ha sfiorato un serbatoio di gas scaldandolo un poco. Quando esso, affievolitosi, è diventato una fiammella, vi si è voluta riversare sopra una cisterna di acqua. Teniamoci il risultato e tanto basta.

Sostenitori di Alba Dorata protestano di fronte al Tribunale di Atene
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