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Non è facile non cadere nel banale quando si parla d’amore. Sono tanti i film che affrontano il tema della vita di coppia. Ma Alabama Monroe esce dai soliti schemi. È un film originale, capace di coinvolgere dall’inizio alla fine. È la storia di un grande amore che parte dal momento in cui questo si scontra con la realtà, raccontata nei suoi aspetti più crudi e più veri. Niente può scuotere la vita di due persone come l’improvvisa malattia della loro unica figlia, ma cosa succede dopo?
Il film segue la vita dei due protagonisti: due persone estremamente diverse, unite dal dolore per ciò che la vita ti può dare, ma ti può strappare via subito dopo.
Elise è una donna spontanea, per ogni avvenimento della sua vita c’è un tatuaggio perché per lei c’è sempre qualcosa che vale la pena mettere sul proprio corpo a ricordarle quel passaggio, a delineare la sua esistenza. Didier è un uomo appassionato di musica bluegrass, ateo, crede nell’America e nel sogno americano, non vuole tatuaggi sul proprio corpo ma ama quelli sul corpo di lei. Nella musica, loro passione comune, trovano un’intesa. Un’intesa magica che li attrae irrimediabilmente.
Un figlio in arrivo sembra minare le certezze ma si trasformerà ben presto nel tassello mancante per far diventare quella storia d’amore perfetta.
Ma il dolore è umano ed il dramma quando arriva va affrontato. Si cerca di fuggire, di rifugiarsi nell’amore della propria famiglia, nei sogni per non dover ammettere la fragilità della vita.
Maybelle è una bambina dolce, curiosa e divertente; riempie le giornate dei genitori che ormai iniziano a farsi strada nel mondo della musica. A 6 anni però inizia la malattia. Inizia la guerra contro un tumore maligno e contro le statistiche. Inizia quel dramma che nessuno vorrebbe mai sostenere.
L’ospedale diventa il loro nuovo tetto. La regola è una sola: “piangere lo si fa a casa, qui restiamo positivi”. Non esiste più l’io ma esiste il noi: i nomi, le individualità non contano più. Lo scetticismo di Didier, che lo porta a credere che dopo la morte vi sia il nulla, non può non fare i conti con la malattia che sta distruggendo pian piano la sua piccola bambina e farlo sentire impotente davanti a Maybelle che, dopo aver visto morire un uccello, gli chiede dove si va dopo la morte. Tutto è lecito: la speranza che tutto si possa sconfiggere ma soprattutto che dopo la morte ci sia una nuova vita. Magari proprio in una di quelle stelle che “per sempre” brilleranno di luce propria.
Candidato all’oscar come miglior film straniero e principale rivale della nostra “Grande bellezza”, questo film belga ci mette davanti alla precarietà della vita invadendo l’intimità di Elise e Didier, del loro “cerchio ormai spezzato”. Mescolando passato e presente veniamo immersi in una realtà (indefinita) dove si confrontano le emozioni umane e dove l’amore inizia e finisce. E viene fuori la dura bellezza della vita: la sua imprevedibilità che ci ricorda che siamo solo di passaggio. Ma una considerazione viene fuori dai tanti discorsi di rabbia e di sfogo del film: storicamente siamo un dettaglio ma potenzialmente siamo la luce propria di una stella.

[label style=”grey”]Questo articolo è stato scritto da Camilla Ruperto[/label]

 

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