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Papa Francesco, che rivoluziona la Chiesa.

Gli basta una sola frase. E il gesuita buono spazza via anni, diciamo pure secoli, di condanne, veti, divieti, negazioni che dir si voglia.

O magari, semplicemente, facilita le cose.

Con la Lettera Apostolica Misericordia et Misere, il Santo Padre ha infatti esteso a tutti i sacerdoti la facoltà di assolvere i cristiani penitenti, e dunque interessati alla riconciliazione con Dio, dal peccato di aborto procurato, che resta comunque, e ci tiene a precisarlo nello stesso documento, un peccato grave.

Questa speciale facoltà d’assoluzione era in realtà già stata eccezionalmente concessa a tutto il sacerdozio nel corso dell’anno giubilare, ma da oggi diviene così definitiva.

“Concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto” e ancora “L’aborto è un grave peccato che pone fine ad una vita innocente. Ma non esiste alcun peccato che la Misericordia di Dio non possa raggiungere…quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con Dio”.

In realtà, a prescindere dai dubbi o aspirazioni di fede di ciascuno di noi, la portata innovativa di tale estensione del perdono si coglie in primis tutta tra le pagine delle leggi della Chiesa.

A norma del Codice di Diritto Canonico infatti l’assoluzione dal peccato di aborto sarebbe riservata al Vescovo, oltre che ai sacerdoti da questo specificatamente indicati.

Immaginiamo una donna che in qualsiasi parte del mondo, fortemente combattuta per via delle leggi del Dio in cui crede, fosse anche solo per via del giudizio del Dio in cui crede, si reca in una Chiesa qualsiasi, a chiedere al sacerdote officiante di turno come riconciliarsi con Dio dopo aver abortito, o meglio “volontariamente ucciso un innocente” per dirla a norma di legge.

Formalmente, se quell’aborto è frutto di una scelta volontaria, presa cioè in libera coscienza e volontà delle conseguenze severe che la sua religione le riserverebbe, e quand’anche presa in una situazione difficile, emergenziale, scientificamente accertata come rischiosa, questa ipotetica donna potrebbe essere oggetto di scomunica d’ufficio, e cioè senza neanche bisogno di formale pronuncia sul caso singolo. É la scomunica latae sententiae.

In un attimo le porte della Chiesa, pur sempre aperte, le impedirebbero, tra le altre cose, di ingoiare anche solo un ostia benedetta.

Nella migliore delle ipotesi, il sacerdote officiante potrebbe diversamente scrivere al Vescovo della diocesi competente e rimettere a lui la questione dell’assoluzione alla penitente.

Ora, secondo Monsignor Rino Fisichella, responsabile dell’Anno Santo della Misericordia, conseguenza naturale dell’ultima disposizione papale contenuta nella Lettera Apostolica, estensiva in via definitiva della facoltà di rimettere il peccato di aborto procurato ad ogni sacerdote di questo mondo, sarà inevitabile una modifica di quelle precise norme di diritto canonico.

Ma c’è di più.

Aggiunge infatti l’arcivescovo Fisichella che, sic stantibus rebus, “verrebbe meno anche la scomunica latae sententiae in cui incorre chi procura aborto”

Così come dunque quella scomunica, pena ecclesiastica tra le più severe, riguardava fino ad oggi tutti i protagonisti dell’evento aborto – che nel santo codex è sintomaticamente rubricato come “omicidio volontario di un innocente” – così da oggi, donne pentite, medici ed infermieri, potranno chiedere perdono a Dio presso il sacerdote officiante presente nella Chiesa più vicina.

Che lo sappia o meno il Vescovo locale.

I preti possono assolvere i medici e le donne, tutti i sacerdoti del mondo, di fronte ad un sincero pentimento, e senza permesso vescovile, possono assolverli dalla scomunica in cui automaticamente incorrerebbero.

La dottrina ecclesiastica non cambia e continua a guardare con estrema severità a questo peccato. Ma cambiano in modo evidente le modalità del perdono, sicuramente facilitato.

Niente più epistola al Vescovo locale per la nostra donna immaginaria, o per il suo medico curante.

Nel nostro Paese i casi di aborto “procurato”, o meglio spontaneamente richiesto dalla donna, e questo a prescindere dalla sua religione, sono concessi entro i 90 giorni dal concepimento e sino al quarto, quinto mese di gravidanza se si tratta di aborto terapeutico, ovvero di un’urgenza per tutelare la vita stessa della partoriente.

Questo solo dal 1978. Prima di allora l’interruzione volontaria della gravidanza era considerata reato dal nostro codice penale.

Su quella legge, che per comodità viene chiamata Legge 190, i dibattiti che hanno riempito salotti di ogni genere, in primis televisivi, non si contano più, ed hanno scomodato bioetica, tecnologia, obiettori di coscienza e teologi postmoderni.

Ma, astraendo il nostro Paese dall’appendice eurocontinentale cui siamo rilegati e adottando una panoramica mondiale, ecco che la nostra legislazione si colloca tra le più permissive.

E tale rimane anche dopo l’ultima Lettera Apostolica di Papa Bergoglio.

Ma prendiamo un altro Paese, uno a caso, ad esempio quello del papa, l’Argentina.

In Argentina, come nella maggior parte del Sud America, l’aborto è tutt’oggi illegale e punito severamente dal codice penale vigente sin dall’inizio del secolo scorso.

Solo a seguito della riforma del 1921, il codice penale argentino (a seguire quello del Brasile) ha previsto alcuni casi di non punibilità dell’aborto, tra cui il pericolo per la vita della partoriente, abuso o violenza su donna incapace, stupro.

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In tutti gli altri casi la nostra donna immaginaria, che vaga per Buenos Aires afflitta dal rimorso di coscienza, troverebbe ad oggi perdono più facilmente presso Dio che presso un giudice penale.

Com’è facilmente intuibile, in Argentina, come nel resto del Sud America, il dibattito sull’aborto è notevolmente più polarizzato che nel nostro paese.

La rigidità delle norme penali sudamericane, la lotta instancabile delle ultime proposte di legge di governi ed opposizioni di sinistra agli aborti clandestini, diffusi e ben più rischiosi, la necessità sociale del cosiddetto paso adelante verso le ragazze madri, si sommano alle interpretazioni restrittive delle cause di punibilità da parte delle Corti di Giustizia locali; e la stessa Convenzione Americana sui Diritti Umani che si esprime anche sull’aborto è oggetto, in quei Paesi, di giurisprudenza granitica, ma complessivamente oscillante.

Nel 2016, Papa Francesco apre alle donne sudamericane una via più vicina al perdono.

Forse questa Lettera Apostolica è anche questo.

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