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Sfogliando le pagine dell’autobiografia di Woody Allen – “A proposito di niente” – si ha quasi l’impressione di assistere ad un film del nevrotico regista newyorkese.

Sembra che sia lui a raccontarci tutta la sua vita (con la voce di Oreste Lionello, il suo storico doppiatore italiano), in questo “memoir” dove non c’è sempre un preciso ordine cronologico né una suddivisione in capitoli. Battute da antologia, spassosi aneddoti, una lunga digressione sull’ingiusta vicenda giudiziaria prima (dove infatti è stato a più riprese ritenuto innocente) e mediatica poi.

La prima parte risulta un esplicito richiamo a “Il giovane Holden” di Salinger, ma anche al suo film “Radio Days”, nel raccontare le sue svariate vicissitudini infantili, con un perfetto stile “Amarcord”. Quando parla delle sue turbolente storie d’amore torna in mente soprattutto “Io e Annie”.

Un’umiltà che contraddistingue solo i più grandi, nel non ritenersi un regista d’alto livello né tanto meno un intellettuale. Nichilista, pessimista, certo, ma anche ironico, brillante, onesto. Onestissimo. Spesso troppo duro con se stesso.

Contrariamente a quanto lascia intendere il titolo, questo libro parla un po’ di tutto: cinema, donne, letteratura, amicizia, jazz, psicanalisi, baseball, New York.

È ricorrente il binomio amore e morte. Ma d’altronde, è tutto ciò in cui crede: il sesso e il decesso (con la differenza che “dopo la morte nessuno ride di te”).

Tutte le sue fragilità: dell’artista, ma anche dell’uomo. Che non vuole accettare una realtà che trova sbagliata, rifugiandosi – come Blanche, la protagonista di “Un tram che si chiama desiderio” – nelle illusioni, porto sicuro nel quale problemi e preoccupazioni non hanno diritto d’accesso. Senza l’ambiziosa pretesa di vivere nel cuore dei suoi fan. Ma con tutta l’intenzione di sopravvivere, il più a lungo possibile, nel suo appartamento.

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Caporedattore Cult Web per l’A.A. 2017/18 Vicedirettore responsabile Web 2019/20 Direttore per l’A.A. 2020/21