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Sabato 25 Marzo si sono svolte a Roma le celebrazioni per i 60 anni dei Trattati di Roma che nel 1957 avevano posto le basi dell’Unione Europea. Nella capitale d’Italia efficacemente blindata per l’occasione, tutto ha funzionato grazie a un piano di sicurezza che ha schierato più di 3000 agenti e chiuso ai pedoni molte strade del centro.
Nel corso delle celebrazioni, i leaders  dei 27 paesi d’Europa hanno firmato la Dichiarazione di Roma rinnovando un sogno comune e sottoscrivendo l’impegno a difenderne l’idea e l’unità. Ma la domanda a questo punto è: Che Europa ne è uscita?
Secondo Daniele Scalea, Direttore Generale dell’IsAG di Roma (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie), la novità più importante di questa dichiarazione è che viene citata in maniera non troppo esplicita la famosa “Europa a due velocità”, l’idea ovvero che si debba cominciare un processo unitario e più forte, superando le opposizioni.
Fabio Averna, professore di analisi finanziaria presso l’Università di Messina, si rifà invece alla dichiarazione del Presidente Mattarella secondo cui adesso più che mai serve una nuova fase costituente e aggiunge che la grande carenza dell’Europa è proprio la mancanza di una costituzione in senso stresso; si è partiti sì con la moneta unica come collante tra le nazioni, ma non si può pensare ad un’Europa a 27 senza un testo comune che ne amalgami gli ordinamenti.
A proposito di numeri, i Trattati sono stati siglati 60 anni fa da soli sei paesi che ora si sono allargati a 27. Una sì grande integrazione ci suggerisce alcune riflessioni su quale fosse la realtà dell’Europa di allora e quale quella di oggi.
La prima è certamente numerica: i pochi paesi che allora decisero di unirsi erano paesi grandi, occidentali, che si conoscevano bene e soprattutto che venivano da un’esperienza traumatica comune: vi era appunto la pressione di un nemico comune ben identificato nell’Unione Sovietica.
Oggi invece abbiamo tanti paesi che hanno spesso interessi diversi, sia in politica estera che in economia, che identificano anche in maniera diversa le minacce: i paesi dell’Europa orientale guardano con timore alla Russia, i paesi del fronte occidentale la vedono invece come un partner. Una seconda riflessione, di natura sociologica, è il fatto che per larghi strati della società prevale ormai un forte scetticismo nei confronti di questa iniziativa.
Se dunque sabato, per certuni, è stato celebrato lo stallo dell’Unione Europea, consacratosi da quando c’è stato questo allargamento da 6 a 27 – aggravato altresì  dalla mancanza di una Costituzione e dunque di una “regola di amalgama” – per qualcun’altro sembra che la fase di stallo l’abbiamo già superata da un pezzo e che con la Brexit si fosse già entrati in un’altra fase, quella del riflusso. Spiegando meglio il senso di questa affermazione, pare spuntare alla ribalta un tentativo di rilancio accompagnato da una pulsante volontà di superare questa situazione di stasi, che si manifestano appunto nell’allargamento e nell’integrazione.
A proposito di unità ed arroccamento, un secondo interrogativo sorge spontaneo: quanto tempo ci vorrà prima che i popoli europei sentano l’Unione Europea come il loro paese, come una sorta di “patria”? probabilmente sarà il turno di quelli che chiamati oggi i “figli dell’Erasmus“, giovani che hanno cominciato ad amalgamarsi tra di loro senza l’impulso di alcuna legislazione, in maniera spontanea. Questa è la prima generazione che sente appunto il concetto d’Europa. E’ probabile che le generazioni precedenti siano invece ancora arroccate nel loro tempo, apparendo dunque come i principali nemici della nuova realtà.
E a proposito di unità ed arroccamento, un grosso spazio di manovra per il futuro dell’Europa lo possiede anche la Brexit. Questa sta avendo un peso molto importante, soprattutto da un punto di vista simbolico: è il primo paese che si mette da parte. C’è da dire che la diffusione dello scetticismo verso l’Ue era un fatto già conclamato da tempo. Ma uno dei principali motivi che gli impedisce di diventare reale è la paura, in quanto uscire dalla certezza “Europa” significa oggettivamente lanciarsi nell’incognita. Il fatto che un paese abbia avuto il coraggio di farlo può incoraggiare molti altri paesi, laddove dovessero diventare prevalenti questi umori, a scegliere di imboccare la stessa strada superando il freno della paura.
L’ex presidente francese Valéry Giscard d’Estaing ha esposto la sua proposta per salvare l’Europa, sostenendo la necessità che vengano messe in comune le politiche economiche, perchè il resto rimane per dovizia alle Nazioni. L’Europa  che vediamo oggi effettivamente si è munita l’euro ma manca di una politica europea vera e propria, così come di una politica fiscale comune. Per questo abbiamo visto fuggire molte holdings e molti capitali dai nostri paesi, esemplare è stato il caso della FIAT in Italia.
La legislazione europea, il codice civile europeo, e così tutto ciò che fa da contorno ad un solido potere legislativo, sono certamente dei collanti necessari alla circolazione dei capitali, oltre che alla creazione di una vera Europa pensata non soltanto in termini di mercato unico. Sarà che il professore Averna non ha tutti i torti.

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Nutre il suo interesse per l'attualità e per la geopolitica con costanza, passione e spirito critico. Since 1992, col cuore sospeso tra Roma e Palermo, spera di poter lasciare un mondo migliore di quello che ha trovato.