Woody Allen è tornato (a New York)

“Un giorno di pioggia a New York”, brillante commedia in perfetto stile Woody Allen.

“Il tempo vola. E vola in economy”. Afferma Gatsby (o meglio, Woody), protagonista del film. Lo sostiene da sempre il nevrotico genio newyorkese: il viaggio è breve, e la qualità non è neanche delle migliori. Woody Allen torna alla commedia. E torna anche a Manhattan, il suo locus amoenus. In un giorno di pioggia, naturalmente. La pioggia che diviene metafora del caso, l’elemento sovrannaturale che può stravolgere tutto, i fili con cui muovere i burattini. In pratica, coprotagonista del film. Insieme alla città naturalmente. Ce lo suggerisce anche il titolo stesso. La pioggia e New York. “Amava New York”, dice la voce fuori campo nell’incipit di “Manhattan”. Così complicata, caotica, piena di pretese. Eppure così perfetta. “Amava New York. Era la sua città, e lo sarebbe sempre stata”.

Questa volta Allen sceglie come suo alter ego un personaggio poco più che ventenne (Timothée Chalamet), che decide di trascorrere un romantico weekend a Manhattan con la sua fidanzata. Ma il disegno del Caso è troppo grande per lasciare spazio al libero arbitrio. Anche un semplice giorno sotto la pioggia può cambiare irrimediabilmente l’esistenza di un essere umano. Gatsby è perfettamente alleniano (e quindi, umano). Insoddisfatto, nostalgico, ipocondriaco. È brillante ma anche fragile. Insofferente verso l’autorità costituita (sua madre, il college, il mondo borghese). E soprattutto romantico. “Camminare sotto la pioggia è malinconico. Io lo preferisco”. Questa piacevole commedia riesce sapientemente ad alternare un’ironia sofisticata e tagliente, alle battute da ilarità omerica e sguaiata. Rappresenta perfettamente l’insoddisfazione di fronte ad un mondo cinico, colmo di egoismo e ipocrisia. Mette a nudo il finto buonismo e la superficialità della società borghese, imperniata sulla ricerca del proprio tornaconto e sul concetto di adeguatezza. E trova l’unica soluzione, ancora una volta, in illusioni di tipo leopardiano. Bugie per tacere le delusioni, sogni per dimenticare gli incubi. Negando alcune cose, ignorandone altre. Perché “la vita reale è per chi non sa fare di meglio”.
Racconta l’amore e l’eros, inoltrandosi nelle loro stanze più recondite, analizzando tutte le loro sfaccettature. L’amore spirituale, emotivo, sessuale. Un amore anche nabokoviano, che sicuramente scandalizzerà gli esponenti del #MeToo (a proposito di finti buonisti).

Woody Allen è un nostalgico, e per questo si sente “inadeguato” per questa società, per questo tempo. Questo tempo che, come dicevamo all’inizio, vola. Vola e non lascia un attimo per fermarsi a pensare e guardarsi indietro. A lasciarsi trasportare da una fragile illusione, di tanto in tanto. A lui bastano i vecchi film in bianco e nero, dove c’era sempre il lieto fine. E una passeggiata sotto la pioggia. Possibilmente, a New York.