Valentina

Parte II

Parte II

“A ogni singolo filo d’erba è destinata almeno una goccia di rugiada”. Valentina aveva dipinto quella frase sulla parete di fronte al letto, per poterla vedere tutte le mattine, perché le dava speranza. Sì, in un modo strano e quasi inconscio, per lei quella frase rappresentava un pezzo di casa, un ricordo, una foto anche se di lei non diceva praticamente nulla; anzi era un proverbio cinese anonimo e sperduto come la sua terra così lontana e diversa dalla Roma caotica in cui viveva Valentina.

Quella sera era rimasta a fissare quella scritta come imbambolata, non aveva voglia di fare nulla, era un sabato, una di quelle giornate oziose che ti risucchiano o ti caricano a tal punto da spingerti fuori dalla tua tana. Quel sabato Valentina aveva voglia di vedere qualcosa di diverso, forse si era stancata della solita scritta sul muro e ora si ritrovava a chiedersi cosa l’avesse spinta a scriverla a caratteri cubitali sulla parete della sua camera; “non aveva senso”, pensava, cosa voleva dire?! In fondo cos’era che le piaceva di quella frase?! Forse il pensiero che ogni mattino serbasse in sé una sorpresa anche nelle più piccole cose, ma in fondo, perché aveva bisogno di sorprendersi o anche solo di sognare di poterlo fare? La sua vita era appagante o quantomeno equilibrata: un piccolo appartamento in centro, un lavoro discreto, un gatto paffuto e arancione. La sua vita era un disegno elementare, semplice ma funzionale; una bomboniera, infiocchettata e pronta alla consegna. I suoi pensieri si erano fermati lì, sul film automatico della sua esistenza, così ad un tratto sentì che doveva alzarsi, si preparò in fretta e uscì in cerca di un caffè, caldo e cremoso, il caffè del bar che si concedeva solo in determinati momenti. Era avvolta nel suo cappotto nero, lo adorava, le si dipingeva addosso e a volte la faceva sentire invisibile, mentre altre le dava l’idea di essere potente quasi indossasse un mantello da supereroe. L’orlo del cappotto svolazzava sopra i suoi passi ed era un po’ come volare tra i vicoli di Roma, anche se un po’ più in basso e in assoluto segreto.

Le era sempre piaciuto il crepuscolo, l’aria pungente e le luci per le strade. Era piacevole anche il caos delle persone che camminavano tutto intorno, la calmava; ecco, Roma era un po’ questo per lei, un caos incredibilmente terapeutico una volta che ti ci abitui, un carosello di sonore vite che si affannano intorno, piuttosto divertente, in effetti, se sai dove guardare. Lei sapeva dove guardare, lo faceva sempre, e questa volta aveva visto un giovane con in mano un quaderno e una matita, si guardava intorno come se cercasse qualcosa; lei aveva capito cosa cercava, cercava qualcosa da disegnare, tentava di incontrare la sua ispirazione.

Improvvisamente le sembrò di condividere il destino di quel ragazzo: lui cercava l’ispirazione e lei aveva bisogno di una nuova frase, una che valesse la pena scrivere sulla parete, una che funzionasse. Decise di seguirlo, tenendosi a distanza, lo guardava camminare e sperava che la conducesse in un posto sconosciuto, un posto che lei non avrebbe potuto ignorare, qualcosa di innegabilmente bello. L’aria era particolarmente fredda e le fendeva le guance mentre cercava di tenere il passo del ragazzo, che si muoveva veloce quasi avesse una meta precisa; lei si stringeva nel cappotto e faceva passi piccoli e veloci, lo vide girare l’angolo e si affrettò.

Era quasi sul punto di raggiungere il vicolo in cui lo aveva visto sparire quando si sentì chiamare da una voce maschile alle sue spalle, si irrigidì e corrugò il volto, la sua ispirazione era svanita. Si voltò e vide un ragazzo di fronte a lei, aveva un viso di bambino ma questo non la intenerì, quel viso le aveva rubato l’ispirazione, non poteva perdonarlo.