Una sera d’inverno

Parte I

Parte II

Il crepuscolo moriva sulle strade umide, appena appena bagnate dalla pioggia della sera prima. Aria di festa e diffusa felicità incorniciavano un’atmosfera ottocentesca che donava ancora più splendore alla Città Eterna.
Gabriele, giovane studente e ardito sperimentatore del gusto, passeggiava per le vie con in petto una sommossa, con un senso di inguaribile insoddisfazione, con un’anima sul ciglio della decadenza. La sensibilità del giovane lo portava all’intensificazione d’ogni esperienza, fosse pure la più comune. Era capace d’arrivare al pianto nel guardare una particolare composizione floreale, assaporando la bellezza d’ogni forma creata dalla splendida natura. Ciò che più attirava il giovane, però, era quel senso di non rivelato nelle speranze delle persone, come se volesse nutrirsi dei sogni e delle idee di chiunque lui reputasse un individuo superiore. C’era del fascino nelle cose trattenute ma comunque evidenti, un senso dell’ignoto che provoca vaneggiamenti e fantasie che corrono veloci, scalpitano, inducono desiderio.

Col suo cappotto lungo avviluppato Gabriele vagava senza un preciso posto dove andare, poggiandosi al suo ombrello intarsiato, immaginandolo come un bastone da passeggio dell’alta borghesia dei secoli precedenti. Negozi, vetrine e locali illuminavano la sera che aveva ormai riempito i vicoli di Roma, aumentando le suggestioni del ragazzo desideroso del bello.
Non appena voltato l’angolo, Gabriele intravede in lontananza una figura muliebre che dal primo istante scatena una calamità interiore, un abbaglio, un lampo d’aria gelida che risveglia i sensi. In lontananza una ragazza avvolta da un lungo soprabito che avvolge quasi tutto il corpo, rivelando poco o niente al giovane febbricitante.
Gabriele aumentò il passo, desideroso di scoprire chi fosse Lei, quella figura divina che rendeva le statue antiche e le opere d’arte tutt’intorno un qualcosa di superfluo. Nell’avvicinarsi vide le sue mani, splendide, eleganti, perfette in ogni minuzia.

La giovane camminava a passo svelto, come s’avesse una direzione precisa; passi sapientemente calibrati che lasciavano trasparire fermezza d’animo, senso d’avventura, pericolosità. L’aria tremava di fronte al preambolo d’un incontro che appariva imminente, d’una scoperta sensazionale che toglie ogni senso al vecchio provare. Il cielo della sera si dipinse di voluttà inespressa, l’aria più fredda, d’improvviso.
“La lussuria ha un fascino gelido ma tiene caldi come fosse fuoco” pensava Gabriele, mentre si faceva strada tra la folla che lo distanziava dalla Sua musa sconosciuta. Tutti i sensi di lui erano tesi nella direzione della bramosia e del senso di conquista, ogni fibra del corpo rispondeva a questo impeto violento di mescolanza d’anime.
È straordinario quanto ardito senso estetico c’è nel cuore di chi s’impegna a cercare la bellezza nella vita d’ogni giorno. Tutto ciò che viene visto diventa un’opera d’arte di cui si è succubi e artefici al contempo. Creare ed esserne schiavi, vivere del proprio senso del gusto ed esserne sottomessi.

La distanza tra i due era ormai minima. Ogni atomo di Gabriele era sull’orlo del raggiungimento delle sue fantasie.
La chiamò:
“Scusami”
Nella voce di lui un misto d’incertezza e di senso di smarrimento, segno di una forte volontà. Perché egli sapeva che è nei momenti in cui si rischia di precipitare che si impara a spiccare il volo.
Lei si girò, quasi fosse infastidita e distratta da una piccola seccatura.

Nel guardarle il volto, Gabriele ebbe un sussulto, una scossa nel petto.
Egli non aveva mai visto una bellezza così raffinata, così limpida, chiara e fresca come le acque del mare.