Una routine eccezionale

Il variabile consiste nell'invariabile

Il variabile consiste nell'invariabile

Entro, chiudo la porta da routine. Controllo le luci, è tutto spento. Nulla che si riaccenda, è un blackout continuo. Poso le chiavi sul comodino come se posassi la mia penna. Osservo intorno a me, buio. È una tra le camminate più lunghe, eppure sono solo pochi passi che mi dividono dalle scale. Pochi passi, passi lenti e fervidi, come se ogni volta che toccassi il pavimento i miei piedi si incollassero al suolo. È una ruota continua, che gira nello stesso senso, cambiando sempre direzione. Le scale sono lì vicine, eppure riesco a sentire la pesantezza del granito sulle piante. Porto lo sguardo verso lo scalino successivo, poi quello dopo, e quello dopo ancora. Dieci gradini, che diventano diciassette senza che neanche io me ne accorga. Sono di sopra. Guardo giù un’ultima volta e sorrido. Sono a casa.

Cinque passi, levo la giacca talmente fredda che saprebbe congelare un’intera stagione. La mia stanza sembra ricoperta di foglie secche per quanto chiusa, e riesco a sentirne l’odore. Un odore di polvere che si mischia al terriccio sotto le scarpe. Le tolgo, non vorrei mai macchiare il tappeto. Nelle tasche ho l’essenziale, una penna, un telefono, un portafogli e tanta voglia di chiudere gli occhi. Tolgo la felpa, la maglietta, la cinta stringente, i pantaloni. Il pigiama sembra caldo solamente a guardarlo un secondo di più. Ma ciò che non manca mai, a quest’ora ormai passata, è la voglia di assopirmi.

I sogni danneggiano la mia realtà, perché dovrei dunque addormentarmi? È tutto così naturale, tutto così continuo, perpetuo, tutto così grigio, come una linea di una matita non temperata. Solo a parlarne, mi viene in mente l’acciaio del temperamatite.

È freddo. Quasi quanto la giacca.
Mi sdraio sul letto, ma il momento non arriva mai. Accanto a me, sul comodino, giace il mio orologio. No, stasera non l’ho messo. Non avrei mai voluto contare i secondi di ogni lacrima buttata, sarebbe stato solamente più scoraggiante. La sveglia è ferma. Il tempo si è ghiacciato.
È freddo, quasi quanto quel temperamatite.

Gli occhi parlano di niente, ma non si mischiano al grigio di quella polvere così inodore. I sogni bussano sulle tempie, sempre più forte, come un trapano.
Ma stanotte non entreranno, perché la mente oggi è di per sé l’organo grigio. Le labbra si seccano insieme al cartaceo della stanza.
Sono fredde.

Le orecchie sorde continuano a sentire uno spiffero d’aria che proviene da un nulla che mai ho scoperto.
Insensibile, quasi quanto le mie labbra.
La paralisi del mio corpo giace su un lenzuolo pulito, talmente pulito che ha perso ogni odore, ogni sapore. Sento la staticità scorrermi nelle vene al posto del sangue. È troppo rosso, definirebbe un lato di me che non esiste più. L’apatia continua a farsi sentire nel mio petto, ma è silente, quasi quanto la notte che cala sulle finestre. Gli occhi pesano, ma non riescono a staccare lo sguardo da quella penna. L’inchiostro è nero, nero quanto la pece, e richiama alla mente dei carboni bruciati.
Caldi, come quei passi. Caldi come il polso che afferra la penna.

Ma ormai non ha importanza, non ha importanza continuare a pensare, perché ogni pensiero mi porta a ricordare qualche sogno, qualche desiderio represso, qualche visione che non ha mai fatto parte veramente della mia testa.
Gli occhi sono macigni, si piegano alle macerie e ai resti di quel flusso rimbombante nella mia testa. Continuano a chiamare, ma con fatica riesco a rispondere.
Non voglio.

È un cammino troppo faticoso, un percorso troppo impetuoso. Troppo forte per descriverne la potenza, troppo taciturno per descriverne il silenzio.
Ma quella piccola parte di me continua a voler rispondere. E più vuol rispondere e più gli occhi piangono. Non riesco a volere. Non riesco a voler rispondere. Forse perché semplicemente non ho risposte. Forse sono talmente grigio che non sento le domande, qualche voce.
Eppure echeggia ancora dentro di me ancora quel suono che trapassa le onde sorde dei miei timpani.

Ci sono.
Chiudo gli occhi.
Tutto finisce.
Tutto comincia.