Il pluripremiato spettacolo Ragazzi di vita è tornato a scaldare il palcoscenico del Teatro Argentina, dopo aver riempito le platee di tutto lo stivale e aver garantito al regista Massimo Popolizio, numerosi premi alla regia. Con amore di filologo Emanuele Trevi ha adattato al tessuto drammatico le borgate magiche e terribili disegnate dal genio poetico di Pier Paolo Pasolini più di sessant’anni fa, ed è frastornante quanto il volto più sofferente di Roma così raccontato si rapporti alla sensibilità odierna lasciando un amaro retrogusto di deja-vù.

Vera protagonista è la Narrazione, personificata e interpretata con grande maestria da Lino Guanciale, che a volte si fa personaggio e altre dialoga con la platea a viso aperto giustificando la sfilata di bellezze e crudeltà intrecciate senza rimedio. Lo spettatore non ha un attimo di tregua mentre l’eco delle voci si rincorre e si uniscein una prestazione di grande qualità da parte di tutti gli interpreti,infaticabili nelle performance canore come nella difficile gestione di lunghi monologhi e pantomime, disposti da Popolizio in modo da sfruttarne al massimo le energie e la versatilità. La ververomanesca un po’ gaglioffa e fanfarona sgorga da stornelli e caratteristici insulti; è spontanea e ben eseguita quindi diverte senza scadere nel macchiettistico.

Sulla scena vuota Roma si mostra attraverso i suoi abitanti e l’estate torrida lontana dal centro, tra le rive fangose del Tevere biondo per gli sputi, dove un’intera generazione si fa le ossa nuotando tra i flutti. Le grandi arterie della città, ora come allorabrulicanti di vita, si srotolano ai piedi dei personaggi che si confessano sinceri al pubblico e gridano le proprie sventure mentre si derubano a vicenda. La ricerca di un riscatto, per quanto effimero, è frustrata dall’ambiente alienante ed egoista per necessità.

Il dopoguerra irrompe nel teatro attraverso l’orchestrazione attenta dei costumi e la musica di Claudio Villa, quanto mai affascinante e identificativa. Un telo bianco riempito da diversi colori secondo l’ambientazione delle vicende costituisce la scenografia semplice ma efficace, passando da un tramonto violaceo sui tetti alle tinte di blu del mare di Ostia. Impalcature, pannelli e scalinate si muovono sul palco mentre la vita quotidiana scorre con naturalezza tra uno scippo e un funerale. In un attimo siamo alla proiezione serale di un peplum d’annata, l’attimo dopo ascoltiamo rapiti il nostalgico ricordo di un ‘froscio’ ormai attempato.

L’ambiziosa produzione del Teatro di Roma ci offre un vero e proprio kolossal dal carattere ambizioso che mette in mostra tante giovani promesse del teatro nostrano. Il tributo alla memoria del maestro Pasolini è encomiabile; lo spettacolo non tradisce mai lo spirito dell’opera, e anzi regala due ore piene di immersione nell’immaginario del poeta e permette di guardare Roma attraverso una lente tra le più originali e spietate nel panorama culturale italiano di sempre. È infatti proprio nei momenti storici di crisi di valori e di costume, come forse quello attuale, che il teatro deve evocare, o, come in questo caso, adattare al dramma le pagine più lungimiranti e veritiere. In questo, inutile dirlo, PPP è stato forse il più grande e magari proprio questa esigenza ha condotto il duo creativo al timone verso una sfida non tra le più facili. Sfida che si può considerare vinta; il pubblico ringrazia, Roma sorride una volta ancora.