Cappello da pescatore, occhiali tondi e scuri in stile John Lennon, t-shirt bianca, calzettoni tirati fin sopra i polpacci. Scherza con i receptionists. Vorrebbe confondersi con tutti gli altri ospiti dell’hotel Miramonti. Ma non è un ruolo che gli riesce particolarmente bene. Una signora gli chiede una foto, ma è ostacolata da un problema del cellulare. “Signora mia, non so proprio come aiutarla”. È il mio momento. “Maestro Servillo, posso approfittare?”. Si concede al selfie sopra riportato, togliendosi il travestimento in un colpo, come Diabolik quando si strappa la maschera dal volto. Scatto la foto, e decido di osare. “Maestro Servillo, mi concede tre domande – tre contate – per il giornale della LUISS?”. Appena si accorge della trappola, sfodera una delle sue interpretazioni magistrali. Mi afferra il braccio di scatto, inclina leggermente la testa e mi sferra uno sguardo colmo di un’ironia tipicamente napoletana, di un’istrionismo puramente teatrale. Scuote l’indice in maniera plateale, in segno di negazione. “Non chiedermi questo”. Insisto, ma mi fa notare che dopo qualche ora dovrà tenere una conferenza presso il centro convegni di Cortina, eventualmente in seguito si vedrà. Intervista rimandata. Non annullata.

Il sipario si riapre, alle 18 in punto, presso l’Alexandre hall. Legge magistralmente alcune pagine tratte da “Come diventare vivi” di Giuseppe Montesano, per quasi un’ora. Ma per il pubblico sono soltanto pochi magici attimi, scanditi da un lungo e grato applauso finale. ”Attraverso la lettura dei grandi romanzi e delle grandi opere facciamo esperienza delle infinite vite che non potremo mai vivere nella realtà. E quelle vite che parlano di noi educano i cinque sensi e la mente. Come possiamo rinunciare a questa forma di metamorfosi che apre la nostra piccola vita alle infinite vite degli altri?”. Poi il dibattito, in cui parla del teatro, che fornisce la possibilità di vivere molteplici vite, ma nel quale è anche necessario ridimensionare il proprio ego, per lasciare spazio ad altre personalità. Cita coloro dai quali ha tratto ispirazione, Eduardo De Filippo, Molière, gli elisabettiani, Shakespeare. Parla del tempo, “un’occasione drammaturgica di cui tu sei una parte infinitesimale che verrà dimenticata, ma che lavora su un presente che è la cosa più necessaria”. Poi tratta del rapporto fra spettacolo e politica. “Ogni occasione publica è un’occasione politica. D’altra parte detesto che un’occasione politica sia un alibi per una mancanza di talento”. E, naturalmente, del ruolo dell’attore, “delegato dal publico ad interpretare un testo drammatico ed a restituirlo vivo, in quella festa di sensi ed intelligenza che è il teatro”. Applausi a scena aperta. Sipario.

Dopo la conferenza, praticamente, scompare. La sera prima aveva cenato in albergo e poi si era concesso qualche boccata di sigaro fuori in terrazza, ammirando le cime delle “Cinque Torri” illuminate dalla luna piena. Quella sera non si vede. Né a cena né dopo. Mi tornò in mente l’incipit de “I sette peccati di Hollywood”, di Oriana Fallaci: “Chi dice Hollywood pensa subito a Marilyn Monroe. Ma è inutile che cerchiate in questo libretto un ritrattino o una intervista con Marilyn Monroe. Non c’è”. Due attori diametralmente opposti – una diva ed un anti-divo – ma ambedue rappresentativi del cinema nel loro tempo e nel loro paese. Pensai due cose: che persino Oriana aveva fallito, dove ho fallito io. E che se le donne fossero capaci di rifiutare i loro spasimanti come Toni Servillo rifiuta le interviste (o almeno la mia), nessuno penerebbe tanto per amore. Ma la mia intervista – ci tengo a ribadirlo – è soltanto rimandata. Non posso proprio annullarla, Maestro Servillo. “Non chiedermi questo”.