Tom Hanks, una carriera “modello”

Ricordiamo alcuni titoli per celebrare i sessant'anni di Tom Hanks, premiato per la carriera a Roma e reduce da due attesissime opere cinematografiche.

In data 13 ottobre è iniziata l’annuale Festa del Cinema di Roma con sede all’Auditorium Parco della Musica. L’imperdibile evento, che si protrarrà sino al 23 dello stesso mese, si è aperto con il “Premio alla carriera” consegnato da Claudia Cardinale ad uno dei più celebri attori di Hollywood, Tom Hanks. L’interprete statunitense, appena sessantenne, non sembra aver perso il talento che lo ha contraddistinto negli anni passati, e nell’anno corrente è stato diretto da Clint Eastwood (in Sully), ma soprattutto da Ron Howard nel tanto atteso Inferno, sequel di Il codice Da Vinci e Angeli e demoni, e appena uscito nelle sale.

Hanks incarna da sempre l’americano modello, il cittadino impregnato di valori nobili e cari al suo Paese quali la giustizia, l’uguaglianza, l’amore. I personaggi che interpreta, agevolato dalla sua faccia da “bravo ragazzo”, risultano sempre ed inevitabilmente i buoni, quelli che ispirano fiducia nel pubblico e da cui non ci si può aspettare nulla di negativo. Anche nella recitazione è sempre risultato brillante, istrionico, convincente, tanto da collaborare con alcuni fra i più grandi registi in circolazione (Spielberg innanzitutto). Celebriamo questi “primi” sessant’anni di cinema ed il premio appena ricevuto ricordando solo alcune delle sue memorabili performances.

Philadelphia. Probabilmente è la sua prima interpretazione che si possa definire matura. Ma è riduttivo. Perché incarnare un omosessuale malato di AIDS non è per tutti, soprattutto a quei tempi. O perlomeno non tutti riuscirebbero anche a risultare convincenti. Lui ci riesce eccome. Perde chili, appare debole e sofferente, suscita compassione nello spettatore, ma anche stima e rispetto. La parte di Andrew Beckett lo lancia verso il premio Oscar nel 1994. Meritatissimo.

Il miglio verde. Il miglio verde è il tragitto che intercorre fra il condannato a morte (“dead man walking”) e la sedia elettrica, fra quel gigante miracoloso e la sua fine. Hanks è un secondino, inizialmente scettico, la cui vita viene stravolta dall’avvento di questo prodigio. Incredulo e stupito, risulta disposto a violare la legge scritta pur di rispettare un’altra legge, ben più profonda, quella del cuore. Quella che vede in quel gigante un innocente. Commovente nel monologo finale, faccia a faccia con il miracolo vivente.

Cast away. Relegato su un’isola deserta, Tom Hanks ritorna ad uno stato primitivo, in cui si presenta una perpetua lotta fra la vita e la morte: Chuck Noland è messo alla prova da un punto di vista più psicologico che fisico, perché oltre a sopravvivere, deve combattere il mostro rappresentato dalla solitudine. Si ritrova catapultato in uno stato di natura “hobbesiano” che lui rappresenta egregiamente perdendo peso e lucidità mentale. Il successo ai Golden Globe del 2001 è il minimo.

Ragazze vincenti. Stavolta non lo si vede in un ruolo da protagonista. Ma incide comunque su un film in cui vivono valori come la collettività, la passione per il gioco, l’amore fraterno, l’impegno per realizzare i propri sogni. La macchietta da lui impersonata, inizialmente sempre ubriaco e demotivato, nel corso del film riscopre l’amore per lo sport ormai sbiadito nel tempo. Alterna la serietà a momenti comici. Indimenticabile la frase “non si piange nel baseball”.

Salvate il soldato Ryan. Se un grande film si riconosce dal principio, questo è certamente uno dei più grandi di sempre. Nei primi 20 minuti lo spettatore si ritrova nel bel mezzo dello sbarco di un anfibio sulla spiaggia di Omaha, punto avanzato e cruciale dello sbarco in Normandia del 6 giugno 1944. Sembra quasi di vedere un documentario, per quanto è realistico. Realistico come il personaggio del capitano John Miller, apparentemente rude e misterioso, che si rivela in realtà logorato interiormente dalla guerra e dalla lontananza dei suoi cari. “So solo che piu uomini uccido, più mi sento lontano da casa”. Superato nella notte degli Oscar dal nostro Benigni, questa non può comunque non essere ritenuta una delle sue migliori performances. Chapeau.

C’è post@ per te. Classico della commedia romantica. Si riconferma l’affiatata coppia Hanks-Ryan, che ci fa sognare con una storia d’amore “impossibile”. Lui, feroce imprenditore, proprietario della più grossa catena di librerie di Manhattan, finisce per divenire concorrente in affari di Meg Ryan, riuscendo parallelamente (è inconsapevolmente) a trovare in lei una confidente, che farà emergere il suo lato umano, che soppianterà quello di affarista cinico e senza scrupoli. Intesa vincente fra i due protagonisti.

Prova a prendermi. Guerra psicologica fra Di Caprio e Hanks, supervisionati da una impeccabile regia di Steven Spielberg. Thriller di sapore hitchcockiano e commedia brillante in cui si cimentano le due stelle holliwoodiane. La storia è quella del noto falsario Frank Abagnale Jr, inseguito dall’agente dell’FBI Carl Hanratty, specialista in frode bancaria. Per il “moderno James Stewart” una parte, ancora una volta, a metà fra elementi salaci e momenti drammatici e riflessivi. Si delinea un carattere segretamente sofferente e tormentato, che si realizza in una maniacale attenzione per la professione. Il feeling fra i due personaggi – nonché fra gli attori – rende il film un capolavoro.

Forrest Gump. Una commistione di caso e provvidenza, talento e fortuna. Questo è Forrest Gump. Ingenuo, genuino, limitato intellettualmente, ma a modo suo geniale, dotato di talento e di quella naturalezza con cui si approccia alla vita che risulta proprio la chiave del suo successo. “Mamma diceva sempre: la vita è uguale a una scatola di cioccolatini, non sai mai quello che ti capita”. La performance è unanimemente riconosciuta come una delle migliori di sempre, presupposto imprescindibile per il successo di questo capolavoro cinematografico. Lui, inimitabile.

Dopo il successo dello scorso anno de Il ponte delle spie, Hanks potrà ancora stupirci nel sopracitato Inferno di Ron Howard e, si spera, in altre produzioni future. Dopo sessant’anni l’attore mostra ancora voglia di mettersi alla prova, senza aver perso il talento di sempre, arricchito anzi da una certa esperienza. Come dice in Prova a prendermi: “non posso smettere, è il mio mestiere”.