“The post” : inno alla democrazia e alla libertà di stampa

Recensione dell’ultimo lungometraggio di Steven Spielberg, incentrato sui giornalisti che divulgarono documenti riservati del governo statunitense, riguardanti la guerra del Vietnam.

Gli intrighi politici sono nati quando i giornalisti hanno iniziato a scriverne. O forse la stampa ha iniziato ad assolvere al suo reale mandato, divulgando oscuri giochi di potere? La vecchia storia dell’uovo e della gallina.
Nel 1976 esce nelle sale “Tutti gli uomini del presidente”, pellicola incentrata su i due reporter del “Washington post”, interpretati da Dustin Hoffman e Robert Redford, che fecero emergere lo scandalo del Watergate, portando alle dimissioni del presidente degli Stati Uniti, Nixon, nel 1974. Dopo 42 anni, Spielberg ci racconta un’altra storia, che vede come protagonista il medesimo giornale (“il Post”, appunto), incentrata sul rapporto fra politica e giornalismo, fra chi comanda e chi informa, fra chi usa il potere e chi la penna. Ci spiega che gli intrighi politici non nascono quando i giornalisti iniziano a scoprirli e a divulgarli, ma quando questi smettono di essere amici degli statisti, di andarci insieme alle feste, di volerli proteggere dimenticando il loro fondamentale ruolo nella società. In “The Post”, il regista statunitense ci ribadisce che – per citare Oriana Fallaci – “vi sono momenti, nella vita, in cui tacere diventa una colpa e parlare un obbligo”.

Spielberg si affida a due veterani come Tom Hanks, che interpreta Ben Bradlee, caporedattore del “Washington Post”, in passato molto legato a J. F. Kennedy, e Meryl Streep, nelle vesti della proprietaria del giornale-azienda Katharine “Kay” Graham, alle prese con i problemi finanziari e con le critiche di chi non la ritiene in grado del ruolo da lei ricoperto. L’opera narra di come i governi statunitensi, a cavallo fra il 1966 e il 1971, pur consapevoli che le proprie milizie non avevano alcuna chance di uscire vittoriose dalla tanto odiata guerra del Vietnam, si ostinavano a proseguire la campagna militare. Trasformandola in un massacro dei giovani americani. Questo fin quando Daniel Ellsberg, ex militare ed economista, non divulga i documenti relativi al sopracitato conflitto armato, i “Pentagon Papers”, attraverso le penne del “Times” prima, e del “Post” poi.

Il regista lascia emergere l’ipocrisia di intere classi dirigenti, di presidenti più o meno amati degli USA, e il disinteresse dei potenti che, pur di evitare al Paese una publica umiliazione, preferiscono occultare dati tanto oggettivi quanto sconvolgenti, mandando migliaia di vite umane, comprese quelle dei propri fratelli e dei propri figli, allo sbaraglio. I protagonisti si appellano al primo emendamento della costituzione americana, il quale riconosce “libertà di parola e di stampa”, con il quale, come dice Tom Hanks, il presidente Nixon si pulisce il fondoschiena (ma non dice proprio “fondoschiena”…). Si mettono in gioco lottando contro il potere, ed in particolare contro il presidente “cattivo”, Nixon, per far emergere la Verità. Ed infine fanno valere la loro libertà nell’unico modo possibile : publicando.

“The Post” ci ricorda l’importanza dell’informazione. Ci rammenta che il quarto potere deve essere autonomo e al servizio del popolo. “La stampa serve chi è governato, non chi governa”, afferma la Corte suprema degli Stati Uniti assolvendo i protagonisti della vicenda.
Di tali insegnamenti è stato grande Maestro Indro Montanelli, quando nel 1994 abbandonò “Il Giornale”, di cui egli stesso era fondatore, in seguito all’ avvento in politica del suo proprietario, nonché leader di Forza Italia.
La verità appartiene a tutti. Se non c’è informazione, non c’è verità. Se non c’è verità, non c’è libertà. E in democrazia il popolo deve essere informato. E quindi, libero.