Fino a non molto tempo fa le ingerenze americane nelle questioni del Mondo venivano affrontate (o meglio, sopportate) dalla quasi totalità delle altre nazioni con un atteggiamento di tediosa seccatura, come un contadino è costretto a sopportare un periodo di tempo cattivo. Qualcosa di tanto fastidioso quanto naturale e, soprattutto, inevitabile. Oggi la situazione appare notevolmente mutata, in quanto molte di quelle nazioni hanno ormai raggiunto un notevole livello di sviluppo, e dunque accumulato peso geopolitico. E’ legittimo chiedersi se sia ancora corretto riferirsi a Paesi come la Cina, l’India o il Brasile come “Paesi in via di sviluppo”. Questo discorso vale soprattutto per la Cina, la quale ha ormai da decenni raggiunto l’inequivocabile ruolo di potenza regionale, e che sta in questi ultimi anni cercando (apparentemente con successo) di farsi potenza mondiale. Ma quest’ultimo passaggio implicherebbe necessariamente un confronto con gli Stati Uniti, i quali notoriamente sono sempre stati molto gelosi delle proprie prerogative.

All’interno del quadro appena delineato, appare rivelatorio il costante peggioramento delle relazioni diplomatiche fra le due potenze. Finora abbiamo visto crisi di carattere economico, come la cosiddetta “guerra dei dazi”, oppure di carattere geopolitico e diplomatico, come nel caso delle Nuove Vie della Seta. Ma quali sono le possibilità che le prossime crisi siano notevolmente più “concrete”, ossia di carattere militare?

 

VECCHI OBIETTIVI, NUOVE SPERANZE

Nell’ottobre del 2017 si è tenuto il XIX Congresso del Partito Comunista Cinese (Pcc), nel quale il Presidente Xi Jinping ha reso noto il programma di lungo periodo per la modernizzazione e riorganizzazione dell’Esercito cinese (Esercito Popolare di Liberazione): entro il 2050 vi sarà una piena informatizzazione emeccanizzazione di tutti i reparti; cosa che, unita agli ingenti investimenti sulla Marina (con la messa in cantiere, fra l’altro, di due nuove portaerei) permetterà di qualificare le Forze Armate cinesi come un Esercito con capacità di proiezione mondiale. Per allora, la Cina dovrebbe essere in grado di completare un fondamentale tassello della “rinascita della nazione cinese”, come è stato chiamato dallo stesso Xi il percorso avviato con la sua presidenza: il completamento della riunificazione nazionale, l’occupazione di Taiwan.

Come il lettore ricorderà, l’isola di Taiwan (o Formosa, come la chiamarono i Portoghesi) è de facto una nazione indipendente da quando le truppe nazionaliste cinesi, persa la guerra sul continente contro le truppe comuniste di Mao Zedong, nel 1949 si ritirarono sull’isola. Da allora, Taiwan è diventata un perno fondamentale della politica americana nella zona, ottenendo forniture di denaroe materiali per il proprio sviluppo e, soprattutto, la protezione della flotta americana da qualsiasi tentativo di aggressione cinese. Ma entrambe queste nazioni, Taiwan e Cina, non hanno mai smesso di rivendicare sé stese come le legittimi titolari dell’intero territorio nazionale (notare che il nome ufficiale di Taiwan èquello di “Republic of China”).

Durante gli anni ’20 in Russia la parola d’ordine di Stalin nel consolidamento della sua posizione al vertice era “come Lenin, più di Lenin”. Per Xi Jinping raggiungere questo storico obiettivo, come è stato sottolineato, significherebbe porsi al di sopra dello stesso Mao. Come Mao, più di Mao”.

COLTELLO ALLA GOLA

L’aspetto storico ed emotivo non deve farci dimenticare anche un altro profilo di rilevanza rivestito da Taiwan. Se si osserva la cartina è evidente che la particolare posizione dell’isola ne fa una sorta di “base” avanzata che, da un lato, impedisce alla Cina di avere il completo controllo del traffico marittimo fra i porti del Nord e del Sud (aspetto che con le Nuove Vie della Seta sta rivestendo un peso sempre più importante); dall’altro, come già ben sapevano i Giapponesi, che invasero l’isola nel 1895, Taiwan è un “coltello puntato al cuore della Cina: la sua estrema vicinanza permetterebbe il dislocamento di forze ostili con una solido trampolino di lancio in caso di un conflitto su media scala nell’area del Mar cinese meridionale. Possiamo dunque dire che il versante geo-strategico della “questione Taiwanese” non è di secondaria importanza nella mente dei militari cinesi.

CALMA E SANGUE FREDDO

Possiamo solo fare ipotesi sulle conseguenze, nel caso in cui la Cina dovesse nei prossimi decenni decidersi ad una azione di forza. Le forze Taiwanesi non sarebbero in grado da sole di contenere un attacco in forze di quelle proporzioni. Ma è lecito supporre che gli americani lasceranno che il tutto si compia senza intervenire? La maggior parte degli analisti sono convinti del contrario, proprio in virtù dell’altissimo valore strategico dell’obiettivo. In questo preciso momento storico, perdere uno dei perni della politica di contenimento della Repubblica popolare in Asia sarebbe estremamente problematico, consegnando all’avversario di oggi (e, forse, il nemico di domani) le chiavi per l’Oceano Pacifico.

Nessuno può dire con certezza se la questione di Taiwan verrà un giorno risolta grazie ai raffinati strumenti della diplomazia, o al contrario se essa diverrà il casus belli di un conflitto di larghe proporzioni. In ogni caso, come suggerito da Deng Yuwen, per i taiwanesi l’unica regola a cui attenersi è quella di non fornire, né in politica interna né in quella estera, “alcuna scusa per farsi invadere”. Quantomeno, una irreprensibile condotta renderebbe estremamente difficile alla Cina la possibilità di giustificare la propria posizione di fronte alla comunità internazionale.