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Venerdì 15 Marzo, le città di 125 diversi paesi hanno ospitato festosamente una colossale mobilitazione ambientalista. Protagonisti nonché spina dorsale della manifestazione sono stati gli studenti, in quanto primi destinatari dell’appello di Greta Thumberg, attivista svedese sedicenne, divenuta volto e simbolo dell’azione contro lo sfruttamento predatorio dell’ecosistema.

Le stime riportate hanno parlato di circa un milione e mezzo di persone. Una risposta impressionante che, prevedibilmente, ha catapultato la giovane donna dentro il vortice del commento e della speculazione mediatica; fortunatamente, in molti hanno lodato la sensibilità dimostrata da gran parte dello strato più giovane della popolazione, dedita a porre in risalto una questione di entità catastrofica costantemente ignorata dalle generazioni precedenti.

Eppure, acrobazie certamente più clamorose le ha prodotte l’eterogeneo blocco della contestazione. Concentrandoci esclusivamente sul chiacchiericcio levatosi lungo il bel paese, sentiamo intonare dal coro degli scettici due diverse arie: la principale, istituzionale e canzonatoria a un tempo, che al di la di qualche sporadico e stridente vocalizzo minore è ordita dal Capitano con furbizia; un tono sotto troviamo il vispo formicaio di soubrette, conduttrici e animali da salotto televisivo.

Prima di argomentare, è necessario fare una premessa; pensare che Greta sia arrivata a parlare alle platee più influenti del pianeta solo con la forza del suo sciopero è un po’ miope.  È plausibile che dietro di lei ci sia un entourage, esperti di comunicazione, imprenditori scandinavi o anche solo i suoi genitori. Qualcuno di decisamente più adulto, con scopi e idee sue, che ha intuito il potenziale del personaggio e ne ha presumibilmente affinato concetti e favorito la diffusione.

Eppure tutto questo non è rilevante. Il punto non è sostenere leadership e l’immagine di Greta, bensì recepire il suo messaggio di intransigenza ecominciare a smuovere davvero le coscienze, dando impulso a una certa presa di consapevolezza. Starà poi ai singoli condurre la propria azione concoerenza e senza compromessi.

Passando alle dolenti note, bisogna trattare anzitutto della reazione del Ministro Salvini, che come sempre riesce a far vibrare solo con una manciata di parole e un video, le pance di buona parte del paese.

Quel fatidico venerdì l’attenzione non era monopolizzata da pericolosi sbarchi, libere armi in libero stato, malefatte di stupratori algerini o dal suo desinare. Incollato allo smartphone, fronte imperlata di sudore, avrà rimuginato intensamente su come arginare quella pericolosa deriva sinistroide. Il risultato è ormai un classico: basta estrapolare una minima porzione degli avvenimenti, sicuramente la meno virtuosa, esibirsi in un martirio spicciolo, agghindare adeguatamente ed esporre il tutto alla platea cieca e feroce che infesta le sue pagine social. Il riscontro non tarda ad arrivare: riassumendo, nient’altro che una scusa per saltare la scuola. D’altronde, cosa aspettarsi da una masnada di figli di papà debosciati e radical chic? È solo buon senso.

A dare man forte in primis una sfilata di celebrità di seconda e terza categoria con il loro concerto di gaffes becere e provincialismo, tutte impegnate ad ammiccare ai detentori del consenso. Gli ultimi disperati guizzi di chi sta inesorabilmente scivolando via dal vagone della notorietà.

Purtroppo però, quanto segue è ben peggiore: nei giorni scorsi le pagine di quotidiani e riviste online hanno riportato studi scientifici non meglio identificati  di stampo negazionista o addirittura dichiarazioni di accreditati esperti, manipolate adovere per etichettare come sprovveduti gli aderenti alla  protesta. Tutto ciò ad opera di sedicenti-filosofi e giornalisti dalla dubbia integrità.  Una pratica ipocrita, quasi criminale; accusare gli studenti di ignoranza e ingenuità per fare leva sulla reale credulità dei loro genitori.

Povera Italia, povero mondo. Chi cominciò a eseguire la melodia descritta nel libro dell’evangelista Giovanni, oggi prova addirittura a difendere il proprio operato. Per sopravvivere saremo quindi costretti, come novelli Edipo, a uccidere il padre.