Sa femina agabbadora

la donna che assisteva la morte

agabbadora


<< Noi quando abbiamo visto questa cosa ci siamo impaurite. Ci chiedevamo: “Ma come, come ha fatto a morire così in fretta, che cosa le ha fatto?” >>.

Le parole di Paolina Concas descrivono il suo stato d’animo dopo aver visto agire “sa femina agabbadora”, o “accabbadora”, il cui nome potrebbe derivare dallo spagnolo acabar, ossia “terminare”, o dal termine sardo s’accabbu, “porre fine”.

La storia di s’agabbadora, una leggenda mista a realtà, deriva dalla cultura popolare della Sardegna ed è stata tramandata verbalmente negli anni da coloro che ne sono stati testimoni. Questa donna svolgeva un compito fondamentale nei paesi poveri o lontani da cure mediche, portando la morte ai sofferenti. Compito inverso alla levatrice, che invece assisteva le nascite, questa donna veniva chiamata dai familiari del malato perché ponesse fine alle sue sofferenze, aiutandolo a morire. La sua esistenza è ritenuta un fatto naturale, come se ci fosse stata dall’origine dell’umanità e, inoltre, era considerata di importanza “vitale”, considerando che nella cultura sarda non vi era paura di fronte alla morte.

S’agabbadora si aggirava di notte per le strade delle città, coperta da un lungo manto nero che non permetteva di vederne nemmeno il volto. Avvolta dall’oscurità, percorreva le vie per recarsi nelle case di coloro che si erano rivolti a lei, e una volta arrivata, chiedeva di entrare da sola nella stanza dell’interessato. La porta si apriva, e ciò che avveniva all’interno rimaneva un segreto tra lei e il malato, che vedendola entrare, capiva che la sua agonia stava per terminare.

 

 

Paolina Concas riuscì ad ottenere il consenso della donna per entrare nella stanza per vedere come questa operava per terminare le sofferenze della zia. La donna si presentò a casa loro di notte, dopo che il prete era andato via, coperta dal suo abito scuro. Senza dire nulla, si fece indicare la camera ed entrò accompagnata da Paolina ed altre due donne. Non appena la porta venne chiusa, fece togliere qualsiasi immagine sacra dalle mura e dai mobili della stanza, poiché queste trattenevano l’anima della donna nel mondo terreno.

<< Non l’abbiamo vista quando l’ha tirato fuori, perché lo aveva nascosto sotto il grembiule questo jualeddu, ma doveva essere molto piccolo, quaranta centimetri, un piccolo giogo, simile al giogo grande che fanno per i buoi, di legno. Quando gliel’ha messo, alla moribonda, giusto qui, sotto il collo, quella è morta subito >>.

Il giogo veniva posizionato sotto la nuca del malato in modo tale che, con un colpo secco sulla fronte o facendogli cadere la testa sollevata in precedenza, questo potesse spezzare colonna cervicale del malato, facendolo morire in un colpo solo. Questo oggetto era considerato sacro nella cultura sarda, in quanto strumento che permetteva di iniziare il processo di semina.

I metodi usati dalla donna erano diversi: poteva ricorrere all’uso del su mazzolu, bastone d’ulivo lungo e pesante con una salda impugnatura che serviva per colpire il malato con un colpo secco e, qualora questo non dovesse bastare, la donna lo soffocava con un cuscino. Il su mazzolu è stato ritrovato nascosto fra le pietre di un muretto di quella che si crede essere stata la casa dell’agabbadora.

Si crede che il ruolo della donna sia stato fondamentale ed ancora esistente fino agli anni Settanta, lasciando poi spazio alle testimonianze, come quella della signora Concas, che è stata fondamentale per la realizzazione di diversi libri e del film “L’agabadora” uscito il 20 Aprile 2017. Sebbene gli antropologi ritengano che questa donna non sia mai esistita, testimonianze simili di attività che possono essere definite come eutanasia, sono state riportate da abitanti del Salento, in Puglia.