“Rumble in the Jungle”: Ali vs Foreman e quella sfida ai confini del mondo.

Welcome to the Jungle, non come cantavano i Guns N’ Roses per gioco e divertimento, ma per la sfida del secolo, lo scontro tra titani da leggenda disputato a Kinshasha tra il Golia, George Foreman, e il Davide, Muhammad Alì.

Georg Edward Foreman “l’assassino”, perché aveva una cura maniacale nel portare a compimento il proprio lavoro, finire l’opera era l’unico obbiettivo e spesso lo faceva nel minor tempo possibile. Un marcantonio di centonovantatré centimetri per novantanove chili di peso, una colonna d’Ercole invalicabile vestita da picchiatore in mezzo al ring.

Muhammad Ali, al secolo Cassius Marcellus Clay Junior, colui che “vola come una farfalla ma punge come un’ape”, per il quale l’importante non era la forza ma la velocità dei suoi colpi, salito sul quadrato iniziava a mulinare ad una frequenza impressionante le sue gambe diventando imprendibile per gli avversari.

Ma i due appartengono a due mondi completamente diversi per limitarsi a questa distinzione: George il bisbetico, l’intrattabile, ben presto si affibbiò l’etichetta del cattivo.

Cassius l’esatto opposto: chiassoso ed effervescente, paladino dell’America nera che in quegli anni cerca di conquistare la parità sociale. Il cammino dei due verso la storia fu completamente differente.

Il primo ci arriva in pompa magna battendo nel 1973 il campione del mondo in carica Joe Frazier, infliggendogli sei atterramenti nei primi due round conquista la cintura iridata, dando una dimostrazione di divina sovraumanità.

Il secondo dopo aver vinto la medaglia olimpica a Roma nel 1960, si convertì quattro anni dopo aderendo alla “Nation of Islam” cambiando legalmente il nome in Muhammad Alì. Se questo non bastasse a riempire le copertine dei giornali si fece condannare nel 1967 dalla Corte Federale di Houston a 5 anni di reclusione per renitenza alla leva, rinunciando di combattere in Vietnam. Riuscì a fondere politica e sport: spirito ribelle, contro il razzismo sferrò uno dei cazzotti più terribili contro questo cancro, rifiutandosi di andare a sparare ad un Vietcong perché a suo dire nessun vietnamita aveva mai osato chiamarlo “sporco negro”.

Il regista del male di questo duello fu Don King, uno personaggio a cui non daresti mai fiducia, vuoi per quell’acconciatura stravagante, o forse perché andò dai due pugili promettendogli 5 milioni a testa senza avere nemmeno un dollaro in tasca di cauzione. La proposta avanzata per ospitare l’evento da Londra era forte, ma non riuscì a pareggiare i 10 milioni garantiti dal  degenerato e delirante Mobutu.

Mobutu Sese Seko, dittatore dello Zaire (oggi Repubblica democratica del Congo), vede l’incontro come il migliore degli spot per dare al suo paese popolarità internazionale e decise che il match si sarebbe disputato allo Stade Tata Raphaël davanti a 100 mila persone festanti. Il 30 ottobre del 1974 alle 4 di mattina ora locale, per permettere al pubblico statunitense di assistere in prima serata all’evento, iniziarono gli 8 round più leggendari della boxe.  Alì fin dal primo round adottò una strategia a sorpresa puntando sulla forza, e dopo aver assestato i colpi evitare la reazione dell’avversario.  Foreman ci mise qualche minuto ad intuire il canovaccio tattico della sfida, ma una volta entrato nella battaglia per l’avversario fu una sofferenza lunga sette interminabili round. Era un diluvio di colpi che scroscianti si abbattevano su Alì, che anche in difficoltà riuscì a scrivere l’apogeo di quella che poi sarà definita rope-a-dope. Sulla carta era molto semplice: difendersi sulle corde, tenendo ben alta e stretta la guardia per evitare i colpi, in pratica fare da vittima sacrificale alla mattanza di pugni che Foreman stava sferrando.

Ma in una sfida del genere il finale non può essere così scontato. Al tramonto dell’ottavo round, dagli spalti dello stadio si alza un coro unanime “Alì bomaye, Alì bomaye”. Alì prese in parola i fratelli africani e “uccise” il match sguainando un destro micidiale contro il suo avversario che cominciò a barcollare, una successiva serie di colpi terrificanti lo misero al tappeto. L’arbitro contò, forse troppo velocemente, alcuni dicono addirittura fino a nove ma ormai era storia…

La Rumble in the Jungle decreta il suo vincitore, Muhammad Alì. Il figlio del popolo, riuscì a trasformare il match in una lotta etnica e politica tra Bene e il Male, tra mito e realtà, Davide ha di nuovo sconfitto Golia.