«È al greco che torniamo quando siamo stanchi della vaghezza, della confusione, e della nostra epoca», scriveva Virginia Woolf, e forse non aveva tutti i torti. Dovremmo tornare ai classici, ci sentiamo ripetere costantemente, con un’insistenza quasi febbrile. Sordi ai suggerimenti, ci voltiamo dall’altra parte, distogliamo lo sguardo. Ma, molte volte, ci farebbe bene ascoltarli, gli antichi, ed imparare dai loro insegnamenti. Ora come non mai.

Dovremmo tornare ai classici, e alla xenia greca. Per il mondo descritto da Omero, infatti, uno straniero bisognoso che bussasse alla porta era sacro e doveva essere accolto, curato e rifocillato in nome di Zeus: solo una volta rimesso a nuovo era tenuto a svelare la sua identità. Poteva rimanere nella casa che lo aveva accolto per il tempo che desiderava, e prima di andarsene riceveva ricchi doni. Qualora se ne fosse presentata l’occasione, poi, avrebbe ricambiato l’ospitalità in futuro e le loro famiglie sarebbero state legate per sempre. Ne è un esempio Odisseo, accolto alla reggia di Alcinoo, dal quale viene ospitato e nutrito senza conoscerne la vera identità, contrapposto, invece, all’altra faccia della medaglia, identificata dalla figura dell’empio Polifemo, «ciclope violento e privo di legge», lontano dalla civiltà, che ignora le norme dell’ospitalità, e, anzi, disprezza e ride di Zeus Xenios, il cui nome è invocato dall’eroe («Sei sciocco o straniero o vieni da molto lontano, tu che mi inviti a temere o a schivare gli dei. Ma i Ciclopi non curano Zeus egìoco o gli dei beati, perché siamo molto più forti»). Oppure, l’incontro tra Glauco e Diomede, l’uno troiano, l’altro greco, che, una volta riconosciutisi, abbandonano le armi e si scambiano le armature in nome dell’antica ospitalità paterna. O ancora, il mito delle Supplici, le figlie di Danao, costrette a sposare i loro cugini Egizi, che tentano di sfuggire al loro destino rifugiandosi ad Argo, dove vengono accolte e difese dal re Pelasgo e dai cittadini argivi.

Dovremmo tornare ai classici, per esempio leggere Seneca. Non solo le lettere a Lucilio, ma anche le opere minori, come la consolatio alla madre Elvia per il suo esilio, nel quale riesce ad essere così struggente e toccante, ma allo stesso tempo così sorprendentemente attuale, nel descrivere le difficoltà ed i pericoli che corrono i migranti. «Si trassero dietro i figli e le mogli e i genitori carichi di vecchiaia. Alcuni, sbattuti qua e là da un lungo errare, non scelsero un luogo a ragion veduta, ma occuparono per stanchezza il più vicino; certe genti, in cerca dell’ignoto, fu il mare a inghiottirle, certe si fermarono là dove le lasciò la mancanza di ogni cosa».

Dovremmo tornare ai classici, e magari leggere anche qualcosa di Filosofia. Per esempio, qualcosa su Kant. Nella sua Per la pace perpetua, infatti, troviamo l’illuminante «diritto di ospitalità»: per la prima volta l’accoglienza non rimane un mero principio di relazionalità filantropica, ma viene a configurarsi come un diritto vero e proprio, definibile come «il diritto di uno straniero che arriva su un territorio di un altro stato di non essere trattato ostilmente». È un diritto di visita, come ci dice Kant, spettante a tutti gli uomini «che devono da ultimo rassegnarsi a incontrarsi e a coesistere». Deriva, infatti, da una constatazione empirica della limitatezza della superficie della terra, sulla quale, essendo sferica, gli uomini non possono disperdersi all’infinito, ma devono necessariamente tollerarsi, convivere, coabitare e relazionarsi, nessuno con più diritto di un altro a una porzione determinata di questo fazzoletto di terra che ci è spettato in sorte. È necessario per la reciproca conoscenza e cooperazione, e quindi per i pacifici rapporti tra i popoli, e solo così si potrà attuare quella tanto desiderata pace perpetua.

Dovremmo tornare ai classici, ma forse qualcuno ci è già tornato. Magari neanche rendendosene conto, ma ha guardato al passato e ha imparato dagli antichi, facendo propria la sacra xenia. Perché in un paese in cui il ministro dell’interno, reincarnazione di Polifemo, nega lo sbarco a 177 rifugiati, costringendoli a rimanere in balia del Mediterraneo, c’è fortunatamente ancora da sperare per l’ultimo baluardo di umanità rimasto: Riace, novella terra dei Feaci, con il suo sindaco, Domenico Lucano, perfetto nei panni di Alcinoo. Come è noto, Lucano è stato arrestato il 2 ottobre con l’accusa di favoreggiamento d’immigrazione clandestina, ma il cosiddetto “modello Riace”, prototipo esemplare di ospitalità, resta inespugnabile nonostante tutto, riuscendo anzi a coniugare al meglio la sfida dell’accoglienza con il rilancio del paese: contro lo spopolamento, ha recuperato le case abbandonate e, tramandando le attività artigianali ai nuovi arrivati, ha salvato i vecchi mestieri dall’oblio. Ma tutto ciò non è stato possibile farlo nella legalità, se per legalità s’intende un complesso di leggi inique. E Mimmo ha fatto politica nell’unico modo che gli era concesso: disobbedendo. «Nessuno può rimanere indifferente di fronte a qualcuno che chiede di essere aiutato, […] quando si vede qualcuno che muore, non si può stare fermi perché “lo dice la legge”», ha dichiarato alle telecamere di Che tempo che fa. Perché se proprio dobbiamo trovare un peccato a Lucano, l’unico per cui lo si può accusare è il “peccato” di umanità, usando le parole di Saviano. «Sono un essere umano, ciò che è umano mi riguarda»: sembrano così vicini i versi di Terenzio, o almeno dovrebbero esserlo, e dovrebbe esserlo per tutti. Dal singolo cittadino che grida all’invasione, insinuando che rubano il lavoro e stuprano le nostre donne, ai premier, ministri e deputati come Orbán, Le Pen, il nostrano Salvini, fino ad arrivare a Trump e alle sue truppe schierate al confine in attesa dei caminantes. In fondo aveva ragione John Rawls, filosofo che ho imparato ad apprezzare ultimamente, quando diceva che se davvero abbiamo perso qualsiasi barlume di umanità ed empatia, «se […] gli esseri umani si rivelassero per lo più amorali, se non incurabilmente cinici ed egoisti, saremmo forse costretti a chiederci, con Kant, che valore abbia mai per gli umani vivere su questa terra».