Il Rione Sanità, oggi

Martone consegna De Filippo al gusto contemporaneo: il risultato è entusiasmante

Martone consegna De Filippo al gusto contemporaneo: il risultato è entusiasmante

Tra i più tipici miracoli del teatro vi è l’evocazione immediata, attiva e in carne ed ossa, della materia drammatica tipica, un vero e proprio varco verso innumerevoli possibilità; tra queste, parlando dei grandi classici della drammaturgia, l’agire sul testo al fine di rendere il fenomeno socio-culturale al centro della rappresentazione più familiare e riconoscibile agli occhi della sensibilità odierna. Martone sfrutta questa possibilità appieno, operando un vero e proprio restyling de ‘Il Sindaco del Rione Sanità’, dalla penna di Eduardo De Filippo.

L’opera originale narra circa don Antonio Barracano, protagonista settantenne, portatore di un’etica criminale dal sapore antico, giudice inflessibile ed equo, tanto teneramente innamorato della sua famiglia quanto intimamente stanco del meccanismo al quale è legato, fino a lasciarsi morire pur di spezzare la catena che lega lui e la sua discendenza alla logica del sangue. Martone prende il personaggio e lo rimodella, modificandone non solo l’età ma anche il significato stesso dell’agire, e dunque tutto l’apparato teatrale risulta aggiornato di conseguenza, nonché tradotto ai giorni nostri: la giovanissima età dei figli, i costumi e le sfumature dei personaggi affini all’estetica fascinosa a cui ci ha abituato Gomorra; addirittura l’utilizzo del rap come vero e proprio prologo dell’azione.

Alla luce di ciò, il sacrificio di Don Antonio non può leggersi come l’atto stoico di un uomo stanco; questo Sindaco è un criminale energico, artefice e partecipe del suo microcosmo. Martone non ci lascia intendere di più, interrompendo la scena, magistralmente, con la morte del protagonista.

Una visione entusiasta, volitiva, timida nella realizzazione scenografica ma intensamente animata da tutti i comprimari. Spicca, giustamente, la triade maschile principale. Don Arturo Santaniello, la cui meschinità tutta umana ci è offerta con tratto sobrio e dignitoso da Massimiliano Gallo; Fabio, il professore, nell’interpretazione di Giovanni Ludeno tormentato fino allo sfinimento dal contrasto interiore tra la fedeltà alla causa e il rimorso per esserne parte. Francesco Di Leva, infine, sprizza vigore e risolutezza nei panni del rispettato boss, impone la sua presenza scenica spingendo tantissimo sull’accelleratore, a tratti pure sopra le righe. Un plauso, comunque, è doveroso.

 

È difficile, addirittura scoraggiante, ambire a portare in scena una pièce sopraffina, figlia di un maestro tra i più grandi, barcamenandosi tra innovazione e rispetto del testo originale: ebbene questo spettacolo, nato dalla collaborazione tra Elledieffe di Luca De Filippo, il Teatro Stabile di Torino e il Nest, non lascia nulla di intentato. E noi ne siamo contenti; operazioni di tal fatta sono linfa vitale per la scena teatrale, adrenalina per il pubblico. A sipario chiuso ci si alza dalla poltrona vogliosi di commentare, confrontarsi, ancora immersi nella storia. Man mano che passa il tempo, ci si scopre malinconici per la sorte di Don Antonio e catturati dalla forza della sua coerenza. Un ribelle al potere costituito, ma di quest’ultimo più saggio e imparziale.