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Dietro le quinte del reale

Dietro le quinte del reale

Sono le due di notte. E per adesso, sono due solstizi interi che volgono al termine.
Adagio come il mio solito fare notturno, metto giù la penna e chiudo gli occhiali, contestualmente al diario. Ancora ricordo il giorno in cui l’ho comprato. Un diario nero, con un ghoul disegnato sulla copertina e degli schizzi d’inchiostro sul retro. Un po’ come fosse lo spirito dei miei sogni, la parte concreta delle immagini surreali che si costruiscono sotto le ciglia.

Alzandomi in piedi, mi accorgo di quanto freddo il mio corpo sia diventato stando a contatto col gelo secco della stanza. La stanchezza inizia a far tremare gli occhi che ruotando iniziano a chiamare il divano bianco latte. Mi siedo accanto ad una macchia nera della stessa penna con cui scrissi la sera prima, ed osservandola mi resi conto che anche stanotte le iridi dietro le palpebre mi avrebbero raccontato di nuovo.

Questa volta l’atmosfera è diversa. Tira vento, ma non sento freddo. Mi trovo sul marciapiede di una piazza raccogliendo un accendino giallo, giallo come un girasole. Mi tiro su per sciogliere il nesso tra i piedi e il marmo, e lentamente le mie dita iniziano a prendere fuoco. Lì il dubbio si fa più forte. Vorrei chiedere aiuto, ma non saprei da che lato girarmi. È dietro di me che ho lasciato il presente? O è proprio davanti a me che devo riprendere il mio passato?

Dietro le quinte del reale
Le colonne che reggono il palazzo alla mia sinistra iniziano a sfaldarsi. Macigni rossi iniziano a cadere sui miei piedi, e le dita cominciano a sentire l’aspro del calcestruzzo. Ansimo. Respiro talmente affannoso che qualcuno dietro di me riesce a sentirmi. Poggia le sue dita sulla mia spalla, ticchettandole ripetutamente sulla mia pelle. Sembra volermi dare una mano, ma quelle dita premono su di me più forte dell’acciaio, come se quella stessa mano si fosse poggiata sulla mia spalla non per aiutarmi, ma per spingermi più in fondo.

È ancora notte. I lampioni non cessano di lampeggiare, la luna non cessa di brillare, ed all’ultimo ticchettio di dita, i miei occhi si spalancano ad osservare una sagoma bianca a qualche metro da quella che potenzialmente potrebbe diventare la mia tomba. Ma è proprio quella luce che mi permette di definire questo “potenziale”. Rinvigorisco. Sono pronto a ribattere, e reagisco scuotendo il braccio dove si era posata la mano di ferro.

È in questo momento che mi risveglio.
Sono io. Padrone di me stesso e del mio corpo. Così padrone da riuscirlo ad osservare sdraiato sul divano, mentre sogna ed io, un’anima fantasma talmente leggera, fluttuo in un’aria color turchese.
Vorrei sorridere. Vorrei urlare al mondo la mia leggerezza. Vorrei gridare al mio cuore che la scelta è proprio davanti ai miei occhi, ma l’emozione inizia a crollare al rumore dei miei stessi denti che stridono.

La paura di fallire anche stavolta spegne le fiamme delle mie dita, toglie l’asfalto dai miei piedi, inizia a farmi sentire il morbido del cuscino dove mi ero addormentato.
Sono le due e cinque di notte. E per adesso, un altro sogno è giunto al termine, un altro solstizio sta iniziando.