Un’analisi completa

Secondo l’ultimo rapporto Istat sulla povertà in Italia, relativo al 2017, le persone che vivono al di sotto della soglia di povertà relativa – e che dunque dovrebbero avere diritto al reddito di cittadinanza – sono 9,368 milioni.

Di queste circa il 62% si trova nel Sud e nelle isole, il 13% al Centro mentre solo il restante 24% al Nord. Tenendo in considerazione questi dati appare evidente come la gran parte dei beneficiari di questo sostegno si trovi attualmente nel Sud e nel Mezzogiorno (nonostante le recenti dichiarazioni di Di Maio, secondo cui il 47% delle famiglie interessate si trovi al Nord) in particolare nelle regioni della Sicilia e Campania le quali insieme raccolgono più del 50% dei cittadini interessati.

Il reddito di cittadinanza, dunque, si rivela una misura indirizzata principalmente a quelle regioni storicamente affette da un alto tasso di disoccupazione e da un basso consumo di beni primari e secondari; con l’introduzione di un’ assicurazione economica dedicata alle famiglie con entrate al di sotto della soglia stabilita si intende provocare un rapido miglioramento nell’attività economica derivato da un’aumento della domanda aggregata. Questo aumento è giustificato dal fatto che il sostegno è indirizzato a quelle persone con un’alta propensione al consumo ed una scarsa verso il risparmio a causa di un reddito mediamente molto basso. Da questo punto di vista il reddito di cittadinanza sembra essere la soluzione ideale per dare nuova linfa ad un’economia in fase di stallo.

Ma ad un occhio più attento non sfuggirà il fatto che il tasso di disoccupazione e più in generale la carenza di stabilità economica nelle regioni meridionali è costante ed indipendente dal ciclo economico corrente. Questa situazione evidenzia un problema strutturale di enorme portata, acutizzato da decenni di politiche di sviluppo non adeguate.

Secondo alcuni economisti, l’arretratezza che ancora oggi caratterizza gran parte del sud Italia ritrova le sue radici addirittura nell’unificazione della penisola nel 1861; gli squilibri economici e sociali derivanti dalla differenza di investimenti privati e pubblici dell’ultimo ventennio necessitano un trattamento che miri a ricostruire un’infrastruttura capace di eliminare i fattori che da decenni ne impediscono la crescita. Un intervento di questa portata non si può esaurire con la semplice immissione di denaro in un’economia che non è pronta ad accoglierlo.

Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C’è fra il nord e il sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nella intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl’intimi legami che corrono tra il benessere e l’anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale”. (Giustino Fortunato)

Nonostante la massima necessità di un’intervento statale, il reddito di cittadinanza non sembra essere essere una misura in grado di far ripartire un’economia bloccata, né tantomeno di risolvere quei problemi pluridecennali che affliggono una gran parte del nostro Paese impedendone la crescita ed il raggiungimento della massima efficenza.