Quantitative Easing: intervista a Pietro Reichlin

Il Quantitative Easing è una delle manovre più controverse attuate recentemente dalla BCE. Ne abbiamo parlato con il professore della LUISS Pietro Reichlin

Il Quantitative Easing è una manovra di politica monetaria attuata dalla BCE, a partire dall’inizio di quest’anno, ed è tornata recentemente al centro dell’attenzione mediatica a causa di alcune dichiarazioni del finanziere inglese Paul Marshall, il quale sostiene che sia una manovra ingiusta che favorisce solo le classi sociali più abbienti. Che ne pensa?

Il Quantitative Easing è una manovra con la quale la BCE sta acquistando una consistente mole di asset finanziari. Conseguentemente, questi aumentano i loro prezzi favorendo coloro che ne detengono cospicue quote, che sono solitamente tra le fasce più ricche della popolazione. Il fine del Quantitative Easing però è di accelerare il processo di deleveragingIn passato infatti si è accumulata una quantità eccessiva di debiti pubblici e privati nei paesi europei e quindi, quando è scoppiata la crisi, i debitori hanno dovuto risparmiare per saldarli e sono diminuiti i consumi, aggravando ulteriormente la situazione. Il Quantitative Easing serve quindi ad “alleggerire” questi debiti facendoli acquistare dalla BCE. Agendo così la BCE riduce gli oneri a carico dei debitori, sia per la riduzione dei debiti contratti che per la diminuzione del tasso di interesse su quelli da pagare successivamente.

Quindi si può dire che ci sia una redistribuzione del carico dei debiti dai paesi più indebitati a quello meno indebitati?

Certamente, ed è proprio questo il motivo per cui i paesi meno indebitati sono sempre stati contrari al Quantitative Easing. Infatti, con questa manovra, c’è il rischio dell’azzardo morale da parte degli stati più indebitati che potrebbero, favoriti dalla riduzione dei debiti, ritardare le riforme strutturali che dovrebbero eliminare le cause di insostenibilità del debito pubblico. Questo però è un problema che esiste sempre: ogni manovra ha i propri rischi. Per sopperire al rischio dell’azzardo morale, l’Unione Europea deve istituire dei vincoli che accompagnino le politiche pubbliche. Per quanto riguarda gli altri effetti collaterali del Quantitative Easing, come c’è chi ci guadagna, c’è anche chi ci perde. Ad esempio, le banche, a causa dei bassi tassi di interesse, riducono i loro margini di profitto sull’intermediazione e quindi hanno risultati di esercizio più precari. D’altro canto, ci guadagna chi ha investito sul debito pubblico, dato che il Quantitative Easing ne fa aumentare il prezzo, come sottolineava Paul Marshall. Io francamente non mi preoccupo in maniera eccessiva di queste questioni, ma piuttosto mi preoccupo di uscire dalla crisi globale. Prima ci riusciamo e meglio è per tutti.

Ma questo Quantitative Easing, che ha avuto tanto successo negli Stati Uniti, può averlo anche in Europa, in quella misura?

Dobbiamo innanzitutto fare una premessa. Le crisi economiche possono dipendere essenzialmente da due fattori: da problemi di insolvenza degli stati, oppure da “crisi di panico”. Quando c’è una di queste “crisi di panico”, vuol dire che il mercato sta dando una valutazione troppo pessimistica sull’andamento dei valori delle attività finanziarie e allora questa diventa una profezia che si autoavvera. In questo caso, la banca centrale ha il fondamentale compito di implementare politiche, come il Quantitative Easing, che servono a ristabilire la “calma” nei mercati. Negli Stati Uniti, questa strategia ha funzionato così bene che gli asset comprati dalla FED sono stati rivenduti ai privati a prezzi più alti, con conseguenti profitti per le casse pubbliche. In Europa però abbiamo due problemi. In primis, un problema di panico generale sui debiti sovrani che, nel 2011, ha colpito i paesi europei più indebitati ed al quale Draghi ha risposto sostenendo che non avrebbe tollerato speculazioni al ribasso e che avrebbe sostenuto la domanda di titoli pubblici per contrastarle. Inoltre abbiamo anche un problema di tipo strutturale non trascurabile, ossia quello del reale pericolo di insolvenza degli stati sui debiti sovrani (vedi caso Grecia), per cui sono necessarie le riforme strutturali. Infatti, in questo caso, la politica monetaria è inutile, se non addirittura dannosa, a causa del rischio derivante dall’azzardo morale

Circa l’efficacia del Quantitative Easing, bisogna però considerare la differente esposizione delle imprese statunitensi ed europee nei mercati finanziari, infatti il sistema economico europeo è molto più bancocentrico e necessita quindi di un sistema bancario molto più solido e ricco, rispetto al sistema mercatocentrico americano. Lo è? Sennò come si può rendere tale, secondo lei?

Ovviamente negli Stati Uniti la situazione è molto meno complessa, infatti le imprese, finanziandosi direttamente sui mercati, beneficiano dell’aumento dei prezzi nei mercati azionari, dovuto al Quantitative Easing. In Europa, questo avviene in misura molto meno rilevante. Per questo la BCE ha anche messo a disposizione delle banche ingenti quantità di liquidità, perchè il problema principale che si è manifestato in Europa, dopo la crisi del 2008, è stato quello del cosiddetto credit crunch, causato da una mole eccessiva di crediti non esigibili detenuti dagli istituti finanziari. Affinchè le imprese possano beneficiare di tutta questa liquidità immessa nel mercato, bisogna fare in modo che le banche siano abbastanza solide e quindi che possano liquidare rapidamente i crediti non esigibili. Perciò, secondo me, andrebbe creato un mercato, che, ad oggi, manca, nel quale sia possibile cartolizzare tali crediti e fare in modo che si possa dare loro un prezzo per permettere alle banche sovraesposte di venderli sul mercato a compratori più propensi al rischio.

 

Ringrazio, per la preziosa collaborazione, il professore della LUISS Pietro Reichlin