satira
George Carlin, istituzione della stand up comedy americana, venne arrestato nel 1972 a causa di un monologo denominato “Seven Words You Can Never Say on Television”. L’accusa consisteva nel aver utilizzato sette parole scurrili (le cosiddette “7 dirty words”) in violazione delle leggi locali in materia di linguaggio osceno. Il comico, dopo essere stato liberato su cauzione, venne assolto poiché le parole in questione non furono considerate oscene, pur essendo certamente volgari. Il caso però non si chiuse lì, poiché l’anno successivo, nel 1973, una stazione radiofonica venne denunciata a causa della trasmissione del suddetto monologo. Tutto ciò portò ad un giudizio pronunciato dalla Commissione Federale delle Comunicazioni, un organizzazione governativa statunitense, contro la radio stessa. La decisione sul caso venne poi assunta dalla Corte Suprema, la quale, in ossequio al principio di libertà d’espressione, diede ragione a Carlin ed alla radio. Tralasciando le ragioni giuridiche- irrilevanti in questa sede – ci troviamo di fronte ad un comico che, partendo dalla constatazione che le persone, per pure convenzioni sociali spesso irrazionali, limitano il proprio linguaggio, ha vissuto un arresto ed un lungo processo (giunto dinanzi alla massima autorità giudiziaria), dimostrando di avere ragione e cambiando il mondo della comunicazione mediatica.
Passando a tutt’altro racconto, stavolta di stretta attualità, Carlo Freccero, direttore di Rai2, ha annunciato in un intervista al Corriere della Sera di inizio gennaio la chiusura del programma satirico di Luca e Paolo “Quelli che… dopo il Tg”. La ragione risiede nella volontà di dare maggior spazio all’informazione. Si veda, ad esempio, l’introduzione del talk show “Povera patria”. La decisione ha sollevato una serie di polemiche da parte delle opposizioni, secondo le quali si tratterebbe di censura, data la scomodità del pezzo di Luca, Paolo ed Ubaldo Pantani sui “Tre Ninelli”, raffigurante il ministro delle infrastrutture Toninelli in versione alquanto stupida. Poco importa che Freccero abbia annunciato nella medesima intervista il ritorno dell’”epurato” Luttazzi, cacciato dalla Tv pubblica da Berlusconi nel 2002, tramite l’ormai celebre “editto bulgaro”. Né rivelano le dichiarazioni degli stessi Luca e Paolo che hanno negato che si tratti di una epurazione, data la sopravvivenza del loro principale programma, in onda sempre su Rai2, “Quelli che il calcio”. Pur constatando l’evidente impulso del governo verso un profondo cambiamento della Rai in chiave grillino-leghista, come dimostrato da servizi Tg pateticamente irrisori verso la Francia( li abbiamo battuti nel 2006 e quindi, secondo il Tg2, dovrebbero rispettarci), o da programmi come la suddetta “Povera patria”, già celebre per il servizio sul signoraggio bancario, è esagerato arrivare a parlare di censura della satira partendo da un semplice sketch su un ministro e le sue gaffe.
Ora, se ho riportato entrambi questi racconti è per invitare il lettore ad un confronto. Se si volesse avviare un serio dibattito in merito alla satira e alle sue censure, praticamente nessuno citerebbe il caso George Carlin, mentre molti citerebbero la chiusura di “Quelli che… dopo il Tg”. Mi si risponderà che ciò sia dovuto al fatto che il secondo caso è italiano, mentre il primo è americano. Penso però che il motivo vada ricercato più in profondità e che si ricolleghi all’idea stessa, diffusa in Italia, di satira. L’impressione è che questa possa dirsi tale solamente quando tratta di temi di stretta attualità, come la legge di bilancio, la gestione dell’immigrazione, o la proposta del ministro di turno. Scopo della satira è invece far riflette le persone. Per quanto Luca e Paolo possano essere certamente abili, mi pare evidente che Carlin abbia raggiunto tale scopo più a fondo. Nessuno potrebbe negare, infatti, che le nostre idee politiche altro non sono che il prodotto della nostra visione del mondo. Questa si concretizza, innanzitutto, non tanto nella manifestazione di un pensiero sul reddito di cittadinanza, quanto in comportamenti quotidiani, nella fede, nella fiducia che riponiamo negli altri e così via. Se allora scopo della satira dev’essere indurre il pubblico in una riflessione, sarà più efficacie fintanto che mirerà a mettere in discussione non già le opinioni del pubblico sul fatto del giorno, ma il suo stesso modo di intendere la realtà. È da questo, infatti, che deriva una certa opinione. Ebbene, appare evidente come il linguaggio incida sul nostro modo di vedere le cose. In base al linguaggio usato da una persona, ad esempio, stabiliamo quanta importanza attribuire alle sue parole. Il ragionamento appena eseguito dimostra così che vi è molta più satira nel monologo di Carlin sulle “7 dirty words” che nei seppur meritevoli sketch sui “Tre Ninelli”.
Il discorso avanzato ci induce ad un’ultima riflessione, relativa alla scomodità della satira. È abitudine considerarla scomoda solamente quando va a colpire i politici su temi di stretta attualità, poiché, condizionando le opinioni popolari, questa potrebbe allontanare gli elettori dalle loro idee. Ma se è vero, come prima dimostrato, che le idee di una persona conseguono alla sua visione della realtà, la quale ha radici molto profonde, non è forse più scomoda la satira che, pur ignorando il politico o la legge di turno, mira a mette in discussione i valori, i costumi o anche le tradizioni di qualcuno?