primavera

Chiudo lo sportello della macchina un’altra volta. Rimetto le chiavi in tasca, premendo la chiusura.

Controllo il cellulare quasi scarico. Nessuna chiamata, nessuna notifica neanche oggi.

Nell’indifferenza più totale, metto un piede dietro l’altro alla ricerca della strada giusta. Forse l’aver parcheggiato troppo lontano mi ha fatto perdere l’orientamento. Forse l’aver perso il mio passato mi ha fatto perdere la voglia di andare avanti, per cercare il mio futuro.

Non c’è chiasso. Solo condensa.

È questo che mi piace delle mattine in aprile. Il vapore dei miei respiri alle otto del mattino, senza sentire freddo, ma un fresco umido, costellando piccoli pezzi di anima liberati in una danza vorticosa, intrecciati con il polline.

Spingo con forza la porta ormai aperta. Entro.

Un posto anziano, con un legno umido che cerca in ogni modo di trattenere dentro di se l’aria secca delle nove. 

Neanche ci faccio caso. Mi siedo. Metto gli occhiali. Inizio a leggere, parola dopo parola, rispecchiandomi in ogni pagina nella storia della mia vita.

L’odore del caffè tostato raggiunge il mio naso. Sono le dieci. E l’ho vista passare, con il suo telefono in mano.

Chi l’avrebbe mai detto. 

Chi avrebbe mai immaginato di rivederla. Chi si sarebbe mai aspettato un altro sguardo fuggente. Un altro secondo che ne vale cento, come se fossi stato io l’unico ad aver mai visto le sue labbra sorridere.

Distratto dal sogno, rimetto in me stesso i sensi. Atterrito, cerco disperatamente di ricollegarmi al terreno. Alle scale di ferro.

Perché adesso è difficile controllarsi. 

Perché è difficile aspettarsi il sole, quando piove un temporale in testa. È difficile immaginarsi un tramonto quando il sole sta annegando dentro. 

 

primaveraSono le undici. E non mi sono mai sentito così pieno in un’unica mattina. Talmente pieno da sentirmi pesante, immobile e imperterrito.

Il tempo si è come ghiacciato attorno alle sedie immobili. Il vapore è diventato brina attorno alle mie ciglia. I raggi di sole si sono come concentrati attorno ai suoi fianchi. Ed il colore ha reso raggiante il suo corpo. La luce sulla sua schiena. Le linee sulle sue gambe.

E nel descrivervi tutto ciò, non so nemmeno come siano giunte le due.

E nel parlarvi di tutto ciò, non saprei nemmeno lontanamente delinearvi la confusione di emozioni che ronzava attorno al suo viso. Attorno al suo nome.

Un’identità sconosciuta che terrò preziosa dentro me stesso. Un semplice modo di chiamarla, che custodirò dentro di me, nell’attesa di poterla gridare con tutto il mio ardore. Nell’attesa di poter urlare a squarciagola, con questo sangue che ribolle.

Sono ormai le quattro. Sto tornando a casa, con il telefono spento, verso un altro futuro. Perché tra i semafori rossi di una città così grande, innamorarsi è così semplice, ma così complesso allo stesso tempo. E rendersi conto di un sentimento così intenso rende tutto più lento. Più mellifluo. Più spensierato, ma allo stesso tempo più pensieroso.

E ancora lo provo. E ancora lo sperimento. E ancora lo sento.

Perché si è fatta sera. E ancora penso a lei.

Si sta facendo notte. E ancora penso a lei.