Panama Papers: il vaso di Pandora delle società off-shore

Panama Papers

Articolo scritto in collaborazione con Walter Baffi, caporedattore 360° della rubrica “Cinema e Teatro” della versione cartacea

Lunedì 4 Aprile più di 100 giornali in 80 paesi diversi, tra cui il Guardian, la BBC e L’Espresso in Italia, hanno pubblicato un’inchiesta riguardante la più grande fuga di notizie della storia, più vasta persino di quelle di Wikileaks e di Edward Snowden sulla NSA. L’inchiesta è stata ribattezzata Panama Papers, il nome è stato scelto con chiaro riferimento ai cosiddetti Pentagon Papers, documenti che hanno svelato le menzogne del segretario alla difesa di Nixon sulla guerra in Vietnam, pubblicati nel 1971 dal New York Times, ma deriva soprattutto dal fatto che la società coinvolta, Mossack Fonseca, ha sede a Panama.
I documenti contengono informazioni sul lavoro di Mossack Fonseca dal 1977 al 2015, su circa 214.000 società e 14.000 clienti per un totale di circa 11,5 milioni di documenti per una mole di 2,6 TeraByte di dati.
I Papers sono state consegnati, da un dipendente anonimo della società panamense, al giornale tedesco Süddeutsche Zeitung che ha poi condiviso i documenti con il Consorzio Internazionale dei Giornalisti Investigativi (ICIJ) per studiarli ed analizzarli.

Mossack Fonseca è uno studio legale che si occupa di creare e gestire, per conto dei suoi clienti, società offshore e cioè società nei cosiddetti “paradisi fiscali”. Pur avendo sede a Panama, opera in 42 paesi e ha 600 dipendenti in tutto il mondo, viene infatti considerata la quarta società più importante al mondo che svolge questo genere di attività. Non è la prima volta che la società, per lo più sconosciuta fino ad ora, rimane coinvolta in scandali, come quello brasiliano sul colosso petrolifero Petrobas e che ha portato uno dei suoi soci fondatori ad un anno di autosospensione per difendersi dalle accuse di corruzione.

Punto di forza della società è stato, fino a pochi giorni fa, l’estrema riservatezza nei confronti dei clienti, ed è proprio per questo che lo scandalo ha destabilizzato in maniera così rilevante la affidabilità della società. Mossack Fonseca ha spiegato però di non essere mai stata accusata di attività illegali e di assistere i suoi clienti nel rispetto delle leggi antiriciclaggio. Inoltre ha chiarito di avere responsabilità limitata sull’utilizzo che i clienti fanno delle loro società e di non occuparsi direttamente della gestione dei patrimoni di questi ultimi.

Si definisce società offshore una società con sede legale in un paese diverso da quello in cui svolge i suoi affari principali. Questo paese è, nella maggior parte dei casi, considerato un “paradiso fiscale”, dove le leggi in materia tributaria sono molto flessibili e le tasse stesse sono pressoché inesistenti.
Aprire una società offshore in uno di questi paesi non è sempre illegale; in molti paesi, infatti, è lecito creare questo genere di società, a patto che tutto venga dichiarato alle autorità del proprio paese. Se non è illegale, è certamente eticamente discutibile perché contravviene alle regole della libera concorrenza e per le ragioni che spingono alla loro creazione: evasione di tasse e riciclaggio di denaro illecito.
D’altronde, creare questo genere di società, in uno stato come Panama, è molto facile e può essere fatto in forma anonima. Uno di questi ormai famigerati papers, contiene una nota di uno dei soci fondatori di Mossack Fonseca, con cui ha dichiarato che il 95% del loro lavoro coincide con la vendita di sistemi per evadere le tasse. Al fine di usufruire dei vantaggi di queste società, non occorre necessariamente trasferire i beni o il denaro direttamente nel paradiso fiscale, l’importante che è lì ci sia la struttura legale.

Molto spesso, a causa della riservatezza delle autorità di questi “tax haven” e delle stesse banche, è quasi impossibile risalire al vero proprietario di una società off-shore, le quali, in casi particolari, possono in ogni caso continuare a pagare una parte delle tasse nel paese dove realmente svolgono la loro attività ma, con metodi poco legali, registrare quasi tutto il fatturato nella sede delle società e lì pagare, o non pagare, le tasse.

Secondo i documenti trapelati, tra i beneficiari di queste attività ci sono 143 politici di tutto il mondo, tra cui ben 12 capi di Stato, un membro della commissione etica della FIFA, la stessa che si occupò dello scandalo Blatter del 2015, 33 persone sanzionate per i loro legami con la Corea del Nord, la Russia, la Siria e l’Iran. Proprio il primo ministro inglese Cameron, ha annunciato qualche ora fa di aver avuto quote in una società offshore e, a causa di questi documenti, il premier islandese David Gunnlaugsson martedì sera ha rassegnato le sue dimissioni. Vedremo quali saranno i prossimi sviluppi e le prossime vittime!