Oscar Wilde: principe distruttivo

In uscita nelle sale “The happy Prince”, opera prima di Rupert Everett, che racconta l’ultima stagione del genio irlandese. Tra ironia e dramma, tra speranza e illusioni: l’ultimo ritratto di Oscar Wilde.

Il principe felice era una statua che, con l’aiuto di una rondine, si spogliò di tutte le foglie d’oro e pietre preziose di cui era ricoperto per donarle ai bisognosi. Quando Dio chiese ad uno dei suoi Angeli le due cose più preziose della città, l’Angelo portò al suo Signore il cuore del principe ed il corpo senza vita della rondinella.
La favola, che Wilde raccontava ai propri figli, è la linea rossa che attraversa tutto il film – “The Happy Prince”, appunto – e che diviene metafora degli ultimi anni di uno dei letterati in assoluto più controversi. Oscar Wilde appare come un principe, non più felice, privato del suo talento, della sua famiglia, del suo grande amore, Bosie, e destinato a trascorrere i suoi ultimi anni in maniera turbolenta, con poche persone care rimaste al suo fianco. E con la sua inconfondibile ironia pungente, che non lo abbandona mai e che non passa mai di moda: “come San Francesco ho sposato la povertà. Ma nel mio caso, il matrimonio non ha funzionato”.

Nel suo debutto in regia, l’attore britannico Rupert Everett, narra l’ultima stagione di Wilde, la più buia. Una volta uscito di prigione, dopo aver scontato una condanna a due anni di lavori forzati per sodomia, sembra rivitalizzato da una ritrovata fede cristiana (perché “in prigione ci sono solo l’uomo e Dio”) e dalla consapevolezza (che si rivelerà illusoria) di essersi lasciato alle spalle quell’amore che era stato la sua rovina. “L’amore che non osa nominare il suo nome”, quello provato per Lord Alfred Douglas e raccontato nel “De Profundis”, risulterà più forte di lui e lo condannerà una seconda volta. E, questa, gli sarà fatale.
Un cast stellare, da Colin Firth a Emily Watson, aiuta Everett, protagonista assoluto davanti e dietro la macchina da presa, a raccontare un dramma puro, smorzato da un’ironia di sapore tipicamente wildiano, incentrato su un binomio di distruzione (e, soprattutto, autodistruzione) e morte, la quale apparirà infine quasi liberatoria per un corpo malato e un’anima logorata. L’invettiva di Everett colpisce tutti, dall’Inghilterra (“patria degli ipocriti”) con la sua alta borghesia, colpevoli dell’omicidio di Oscar Wilde e del suo genio, fino allo stesso Wilde, alter ego del regista, colpevole di aver creato un vortice di distruzione intorno a se stesso e alle persone a lui care. “Perché l’uomo corre verso la rovina? Perché la rovina lo affascina tanto?”

Nella pellicola non ritroviamo lo scrittore irlandese tipico del nostro immaginario collettivo, il Wilde aforista, il dandy rappresentato nelle sue commedie, il superuomo che in precedenza era stato. L’esteta. Rupert Everett, infatti, porta in scena un gigante in declino, un Wilde poeta e cantastorie, ma orfano del proprio talento e della propria ispirazione, ridotto a fare elemosina per poter sopravvivere. E così, Wilde, “Giuda di se stesso”, fra sogni e flashback, cerca una redenzione che, fra un bicchiere di assenzio ed esibizioni poco dignitose, sembra non trovare mai. Almeno in vita.
“Volete sapere qual è stato il grande dramma della mia vita? È che ho messo il mio genio nella mia vita; tutto quello che ho messo nelle mie opere è il mio talento”. Ed infatti, come previsto da Wilde, il suo dramma più grande non è stato quello che ha scritto. Bensì, quello che ha vissuto.