Ognuno ha le sue scale

Alessandro Borghi riporta in vita Stefano Cucchi nei suoi ultimi strazianti giorni di vita

scale
– “Quando smetteremo de racconta sta stronzata delle scale?”
– “Quando le scale smetteranno de menarce”.
La produzione Netflix “Sulla mia pelle” ci racconta gli ultimi sette struggenti giorni di vita di Stefano Cucchi. In una climax di sofferenza, uno strepitoso Alessandro Borghi riporta in vita un personaggio ben noto all’opinione pubblica, ma allo stesso tempo ambiguo, cercando di gettare luce su questa figura tanto controversa. Ci viene presentato uno Stefano Cucchi logorato tanto “sulla pelle” quanto nell’animo, a partire dal suo incontro con le scale – o chi per loro – che hanno dato inizio alla sua tragedia.
Alessio Cremonini, alla sua seconda regia per il grande schermo, dimostra un notevole coraggio nel raccontare un fatto di cronaca certamente delicato, che alcuni anni fa divise il Paese tra chi sosteneva che è-caduto-dalle-scale e quelli che sono-stati-i-carabinieri, cercando di rimanere il più lontano possibile da giudizi moralisti e nette prese di posizione, evitando anche di mostrare atti di violenza -“la caduta dalle scale”- che rischierebbero di far sfociare il film nel meló. Traspone la storia di Stefano Cucchi, cercando di rivelarne l’aspetto più intimo, indagando una personalità che rimane fino alla fine incompresa del tutto. Vinto dalla paura e dalla diffidenza nei confronti delle istituzioni e dell’autorità costituita. Spesso anche irriverente. Ma soprattutto sofferente. E solo.
“Sulla mia pelle” si assume la responsabilità di ricordarci temi purtroppo non nuovi nel cinema – e nella vita. Il mondo carcerario e le sue ingiustizie, la continua lotta per la sopravvivenza al suo interno. Il fatto che a volte ci si dimentichi che la funzione della pena è principalmente “rieducativa”, non punitiva.
Un cast eccezionale guidato da Borghi, dimagrito di 18 chili per riportare in vita il protagonista, fornisce un’interpretazione di alto livello che è in grado di mantenere una tensione emotiva elevata e costante, dall’inizio alla fine di questi strazianti 100 minuti. Ed il risultato è un’odissea di cui è protagonista l’intera famiglia Cucchi, schiacciata da una burocrazia che non riesce mai a comprendere, trovandosi così catapultata in un universo quasi kafkiano.
“Io dico che queste mura sono strane: prima le odi, poi ci fai l’abitudine e se passa abbastanza tempo non riesci più a farne a meno”. Così Morgan Freeman, ne “Le ali della libertà”. “ È la tua vita che vogliono ed è la tua vita che si prendono. La parte che conta almeno”. Frase che risulta fin troppo esplicativa di un modo di concepire e vivere la prigione. O meglio, “le mura”.
Ed allora, come Morgan Freeman parlava delle mura, “Sulla mia pelle” delle scale. Ed in ogni storia, che sia fuori o dentro ad una cella, la morale è sempre la stessa. Ogni agnello ha il proprio lupo. E quindi, scale o mura che siano, l’uomo ha soltanto un obiettivo. Cercare di “non farse menare”.